Nel libro di Atti sono ricordate tre prigionie di Paolo:

Luogo

Anno

Riferimento

A Filippi

50/51 circa

“Dopo aver dato loro molte vergate, li cacciarono in prigione [Paolo e Sila], comandando al carceriere di sorvegliarli attentamente. Ricevuto tale ordine, egli li rinchiuse nella parte più interna del carcere e mise dei ceppi ai loro piedi”. – At 16:23,24.

A Cesarea

54/55

“Felice […] ordinò al centurione che Paolo fosse custodito […].Felice […] lasciò Paolo in prigione”. – At 24:22,23,27.

A Roma

56-58

“Entrati a Roma, fu permesso a Paolo di restare per conto suo col soldato che gli faceva la guardia […].E rimase due anni interi”. – At 28:16,30, TNM.

   Quale prigionia deve preferirsi per la stesura delle lettere paoline (Flp, Flm, Col, Ef) dal carcere? Va indubbiamente esclusa quella a Filippi, che fu troppo corta (una sola notte) e non lasciò il tempo a Paolo per scrivere lettere. “Egli [il carceriere] li rinchiuse [Paolo e Sila] nella parte più interna del carcere e mise dei ceppi ai loro piedi. Verso la mezzanotte Paolo e Sila, pregando, cantavano inni a Dio; e i carcerati li ascoltavano. A un tratto, vi fu un gran terremoto, la prigione fu scossa dalle fondamenta; e in quell’istante tutte le porte si aprirono, e le catene di tutti si spezzarono”. – At 16:24-26.

   Che dire della prigionia a Cesarea? Lì Paolo aveva una certa libertà: “[Il procuratore Felice] ordinò al centurione che Paolo fosse custodito, permettendogli però una certa libertà, e senza vietare ad alcuno dei suoi di rendergli dei servizi” (At 24:23). Avrebbe quindi potuto ricevere Tichico e Onesimo. C’è da dire, però, che la fuga dello schiavo Onesimo da Cesarea sarebbe stata troppo pericolosa: lì non avrebbe avuto molte possibilità di nascondersi. Comunque, questa prigionia non appare probabile per le lettere dalla prigionia per diversi altri motivi. Paolo, appena giunto a Cesarea fu sottoposto a custodia militare nel pretorio di Erode: “[Felice] ordinò che fosse custodito nel palazzo di Erode” (At 23:35). Sebbene potesse godere d’una molto relativa libertà, questa non era certo quella che potremmo supporre dalle lettere: “A tutti quelli del pretorio e a tutti gli altri è divenuto noto che sono in catene per Cristo”, “I fratelli che sono con me vi salutano” (Flp 1:13;4:22). In questa prigionia a Cesarea Paolo non poteva sperare in una sua prossima liberazione. A Gerusalemme era appena stata ordina una congiura contro di lui e più di quaranta giudei avevano giurato di ucciderlo (At 23:12-22). Paolo era stato allora trasferito di notte con “duecento soldati, settanta cavalieri e duecento lancieri, per andare fino a Cesarea” (At 23:23). Dopo molte vicissitudini – stando sempre in carcere – Paolo si appella a Cesare. E il re Agrippa così commenta al governatore Felice l’appello di Paolo: “Quest’uomo poteva esser liberato, se non si fosse appellato a Cesare” (At 26:32). Paolo non sperava nella libertà. Egli si era appellato al tribunale imperiale di Roma perché Yeshùa gli aveva comunicato: “Come hai reso testimonianza di me a Gerusalemme, così bisogna che tu la renda anche a Roma” (At 23:11). Ma nelle lettere dalla prigionia Paolo, invece, spera in una prossima liberazione: “Ho questa ferma fiducia: che rimarrò e starò con tutti voi” (Flp 1:25), “Pregate nello stesso tempo anche per noi, affinché Dio ci apra una porta” (Col 4:3), “[Pregate] anche per me, affinché mi sia dato di parlare apertamente […] sono ambasciatore in catene” (Ef 6:19,20), “Preparami un alloggio, perché spero, grazie alle vostre preghiere, di esservi restituito”. – Flm 22.

   Non rimane perciò che la prigionia a Roma. Qui Paolo godeva d’una certa libertà, essendo stato affidato – nella casa che aveva preso in affitto – alla custodia di un solo soldato: “A Paolo fu concesso di abitare per suo conto con un soldato di guardia”, “Paolo rimase due anni interi in una casa da lui presa in affitto, e riceveva tutti quelli che venivano a trovarlo” (At 28:16,30). I contatti con Roma erano molto facili per uno schiavo come Onesimo: molte navi collegavano le province con la capitale dell’impero (Cambridge, Ancient History Vol. 10, pag. 397) e un fuggitivo poteva trovarvi asilo sicuro con la compiacenza dei molti schiavi che lì c’erano. Non era poi difficile per Onesimo salpare su una nave con il denaro rubato al suo padrone Filemone, come lascia supporre Flm 19 in cui Paolo si offre di risarcire Filemone: “Pagherò io; per non dirti che tu mi sei debitore perfino di te stesso”. La speranza di una prossima liberazione (Flp 2:25) era poi più comprensibile a Roma che altrove: lì era trattato con riguardo dalle autorità pretoriane (At 28:16). Possiamo quindi concordare con Girolamo che afferma con sicurezza: “Paolo scrisse a Roma, mentre era incatenato in carcere”. – PL 26,605.

   Può darsi anche che la prigionia abbia suscitato in Paolo più forte il desiderio di tornare tra i suoi fedeli e di rivedere i suoi figli spirituali, anziché recarsi in Spagna secondo un suo antico desiderio (Rm 15:24-28). Mancano, infatti, testimonianze sicure che documentino un viaggio paolino in Spagna, ritenuta allora l’estremo confine del mondo conosciuto.

   Non fa poi nessuna difficoltà il desiderio di Paolo di essere “presto” con i filippesi: “Ho fiducia nel Signore di poter venire presto [ταχέως, tachèos]” (Flp 2:24). Anche noi diciamo spesso nelle lettere di voler andare “presto” a trovare qualcuno, anche se quel “presto” è solo un modo di esprimersi, ambiguo e largo, che significa “prima possibile”.