Seconda strofa: Yeshùa ha il primato su tutti gli esseri creati. Yeshùa è “l’immagine” ossia la manifestazione “del Dio invisibile” (v. 15). Yeshùa, nella sua manifestazione terrena, ci rende visibile Dio, il suo amore e tutto quanto concerne il modo di essere di Dio. “In questo si è manifestato per noi l’amore di Dio: che Dio ha mandato il suo Figlio unigenito nel mondo” (1Gv 4:9). Qui non si può pensare a un essere spirituale consustanziale al Padre, ma bisogna pensare alla persona fisica di Yeshùa quale si poté vedere e contemplare sulla terra, la quale mostrò a tutti come è il Padre. “Filippo gli disse: ‘Signore, mostraci il Padre e ci basta’. Gesù gli disse: ‘Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre; come mai tu dici: Mostraci il Padre? Non credi tu che io sono nel Padre e che il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico di mio; ma il Padre che dimora in me, fa le opere sue’”. – Gv 14:8-10.

   Ciò appare ancora di più nella gloria della resurrezione di Yeshùa, nella quale si mostrò la potenza del Padre, che sa far rivivere.

   Yeshùa è “il primogenito di ogni creatura” (1:15) nel senso che è la creatura prediletta di Dio, così come lo è il primogenito, l’erede del potere divino (cfr. 1Cor 8:6). L’erede – nella Bibbia – è il prediletto, colui che ha diritto di successione e di eredità sugli altri fratelli. – Cfr. Gn 15:1-4, erede di Abraamo; Dt 21:15 e sgg., in cui il primogenito, anche se è della moglie odiata, riceverà due terzi dell’eredità, andando l’altro terzo diviso tra i fratelli.

   Qui Yeshùa è presentato sullo schema della “sapienza” delle Scritture Ebraiche, cui si rifanno indipendentemente sia Paolo che Giovanni sia l’autore di Eb.

“In lui sono state create tutte le cose che sono nei cieli e sulla terra, le visibili e le invisibili[…]; tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di ogni cosa e tutte le cose sussistono in lui”

Col 1:16,17

“Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio. Essa era nel principio con Dio. Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei; e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta”

Gv 1:1-3

“Dio, dopo aver parlato anticamente molte volte e in molte maniere ai padri per mezzo dei profeti, in questi ultimi giorni ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che egli ha costituito erede di tutte le cose, mediante il quale ha pure creato i mondi. Egli, che è splendore della sua gloria e impronta della sua essenza, e che sostiene tutte le cose con la parola della sua potenza”

Eb 1:1-3

   In Pr 8:22 e seguenti la “sapienza” personificata parla in prima persona e si presenta come l’inizio della creazione, come il primogenito e come l’assistente di Dio nell’atto creativo:

“Il Signore mi ebbe con sé al principio dei suoi atti,

prima di fare alcuna delle sue opere più antiche.

Fui stabilita fin dall’eternità,

dal principio, prima che la terra fosse”. – Pr 8:22,23.

   Prende un grosso abbaglio e non comprende bene il senso della Scrittura chi pensa che questa “sapienza” fosse un essere spirituale creato e separato da Dio. In particolare fanno confusione i Testimoni di Geova, che credono che tale essere sia Yeshùa con il nome pre-umano di “Parola”. Un esame del testo ebraico comparato con la traduzione di TNM mostra come i traduttori abbiano dovuto adattare il testo alla loro dottrina anziché accettare il testo biblico.

Pr 8:22,23

Testo ebraico

Traduzione

TNM

יְהוָה קָנָנִי רֵאשִׁית דַּרְכֹּו קֶדֶם מִפְעָלָיו מֵאָז׃

מֵעֹולָם נִסַּכְתִּי מֵרֹאשׁ מִקַּדְמֵי־אָרֶץ׃

Yhvh qanàny reshìt darcò qèdem mifalàyv meàz meolàm nisàchty meròsh miqadme-àretz

“Yhvh mi possedeva dall’inizio della sua via, prima delle sue opere, da allora. Dall’eternità ero formata, dall’inizio, prima della terra”. “Geova stesso mi produsse come il principio della sua via, la prima delle sue imprese di molto tempo fa. Da tempo indefinito fui insediata, dall’inizio, da tempi anteriori alla terra”.
Note:“Mi produsse”: il verbo ebraico qanàny ha il significato di “annidarsi”, per cui la traduzione letterale sarebbe “mi teneva annidata”; è lo stesso verbo che troviamo in Ger 22:23 riferito a Gerusalemme e che TNM traduce: “Annidata [קֻנַּנְתִּי (qunànty)] nei cedri”; la Vulgata traduce: “Possedit me”, “Mi possedette”; la LXX ha ἔκτισέν με (èktisèn me), ”mi fondò”.

Da tempo indefinito”: l’ebraico meolàm è una parola composta da me (“da”) + olàm: “da olàm”. Riguardo ad olàm il Dizionario di ebraico e aramaico biblici P. Reymond (Società Biblica Britannica e Forestiera) dice: “Si tratta di un tempo molto lungo > sempre (nel passato e nell’avvenire)”; il simbolo > indica “diventa”, quindi si tratta di un tempo molto lungo che diventa “sempre”; “da olàm” = “da sempre; dire “da tempo indefinito” è ingannevole, perché – sebbene in italiano significhi “dai tempi dei tempi” – per i Testimoni di Geova vuol suggerire subdolamente l’idea di “tempo che non è possibile definire, ma non eterno”.

   La Bibbia Concordata traduce: “Il Signore mi possiede dall’inizio della sua via, prima delle sue opere, sin d’allora. Dall’eternità sono stata costituita, dalle origini, dai primordi della terra”.

   Il senso biblico del passo è che la “sapienza” personificata parla in prima persona e dice che da sempre era annidata presso Dio, era posseduta da lui; fin da quando nulla ancora c’era, ma c’era solo Dio, la sapienza era lì con Dio. Si tratta ovviamente della sapienza di Dio stesso. Nel linguaggio concreto degli ebrei, questa sapienza parla di sé descrivendo il suo stesso parto. Nella mentalità ebraica mancano le astrazioni, che per gli ebrei sarebbero incomprensibili. Ecco dunque che la sapienza, nel modo di esprimersi concreto ebraico dice di sé: “Fui generata quando non c’erano ancora abissi, quando ancora non c’erano sorgenti rigurgitanti d’acqua. Fui generata prima che i monti fossero fondati, prima che esistessero le colline, quand’egli ancora non aveva fatto né la terra né i campi né le prime zolle della terra coltivabile. Quand’egli disponeva i cieli io ero là; quando tracciava un circolo sulla superficie dell’abisso, quando condensava le nuvole in alto, quando rafforzava le fonti dell’abisso, quando assegnava al mare il suo limite perché le acque non oltrepassassero il loro confine, quando poneva le fondamenta della terra, io ero presso di lui come un artefice; ero sempre esuberante di gioia giorno dopo giorno, mi rallegravo in ogni tempo in sua presenza; mi rallegravo nella parte abitabile della sua terra, trovavo la mia gioia tra i figli degli uomini”. – Pr 8:24-31.

   Qual è lo scopo di questo modo allegorico di esprimersi? Lo scopo è dichiarato dopo che la sapienza ha parlato di sé fornendo tutte le sue credenziali: “Ora, figlioli, ascoltatemi”. – V. 32.

   I capitoli 8 e 9 di Proverbi sono tutti imperniati sulla sapienza:

8:1-21

Invito alla sapienza

8:22-36

Origine eterna della sapienza

9:1-12

Il banchetto della sapienza

9:13-18

Il banchetto della stoltezza

   Ora, ritenere che tale “sapienza” sia Yeshùa in una sua presunta esistenza preumana quale essere spirituale, significa ridicolizzare la Scrittura e isolare qualche espressione dal contesto per non voler comprendere il modo di esprimesi biblico. “Chi pecca contro di me, fa torto a sé stesso” (8:36), dice la sapienza. Chi rifiuta la sapienza si fa un torto da solo, è uno stupido. “Chi è sciocco venga qua!” (9:4). “A quelli che sono privi di senno dice:  ‘Venite, mangiate il mio pane e bevete il vino che ho preparato! Lasciate, sciocchi, la stoltezza e vivrete; camminate per la via dell’intelligenza!’” (9:4-6). È forse un presunto Yeshùa pre-umano che qui parla? Ma no; occorre essere seri. È la sapienza di Dio personificata nello stile ebraico. È sempre la sapienza (e non Yeshùa!) che dice: “Se sei saggio, sei saggio per te stesso; se sei beffardo, tu solo ne porterai la pena”. – 9:12.

   Avendo la giusta comprensione – quella biblica – delle Scritture, si spiega allora come mai Yeshùa (Yeshùa uomo, la persona storica vissuta nel 1° secolo) sia detto “il primogenito di ogni creatura” (Col 1:15) e “il principio [ἀρχή (archè)]” della resurrezione (Col 1:18). Secondo i rabbini, questo “principio” (Gn 1:1) sarebbe stato la sapienza divina. Il che serve a spiegare l’uso curioso di en (ἐν), “in”, in Col 1:16a: “In lui sono state create tutte le cose che sono nei cieli e sulla terra, le visibili e le invisibili”. Se Dio ha creato cielo e terra “nel principio”, ossia nella sapienza primordiale, e se questa sapienza è in Yeshùa, è in lui che tutto fu creato. Questa sapienza di Dio fu manifestata nella sua parola creatrice che era presso Dio, appartenente a lui (Gv 1:1). Fu questa parola o sapienza divina che Dio calò in Yeshùa.

   Yeshùa, come primogenito, è al di sopra di tutte le altre creature, ha diritto di supremazia, ne è il capo. Il primogenito diveniva automaticamente capo dei suoi fratelli, secondo il diritto patriarcale. Qui si tratta di primogenito nel senso di autorità, non nel senso di primo nel tempo. Salomone fu l’erede – quasi fosse il primogenito -, anche se, di fatto, non era il primogenito perché nacque dopo Adonia (che era il quarto figlio di Davide) che fu soppiantato, appunto, da Salomone. – 2Sam 3:4,5; 1Re 1:32-53.

   “Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui” (Col 1:16b). Come può Yeshùa, che era un uomo (a immagine di Dio, come Adamo), essere presentato come il mezzo della creazione e come fonte di sussistenza dell’universo? “Tutte le cose sono state create per mezzo di lui”, “Tutte le cose sussistono in lui” (Col 1:16,17). Forse lo può spiegare una parabola rabbinica. In questa parabola si narra che Dio voleva creare il mondo, ma ne era incerto perché non vi vedeva altro che miseria, peccato, odiosità e morte. Stava quindi per abbandonare il suo intento quando la sua mente si posò su Abraamo, di cui contemplò la fede e l’amore. Allora si disse: “Ora finalmente ho trovato un fondamento su cui poggiare il mondo”. Ebbe così luogo la creazione. Gli ebrei guardavano ad Abraamo come all’uomo della fede e in cui il mondo era stato creato da Dio, l’uomo in cui il mondo sussiste, l’uomo in vista del quale il mondo venne all’esistenza. I discepoli di Yeshùa guardano invece a Yeshùa per tutto ciò. Questo dice Paolo. Tutto l’universo fu creato da Dio perché egli vide la fede, l’amore e l’ubbidienza di Yeshùa. Yeshùa è l’apice da cui proviene la creazione e verso sui la creazione tende: εἰς αὐτὸν ἔκτισται (èis autòn èktistai), “verso di lui sono state create” (1:16). éis (εἰς), “verso”: moto a luogo figurato; “in vista di lui” (VR, CEI), “per lui” (TNM), “per cagione di lui” (Did), “per ipsum”. – Vulgata.

   Siccome poi in Yeshùa dimora quella stessa parola di Dio (la sua sapienza divina) che era entrata in azione e si espresse quando l’universo fu creato, l‘inno poetico può benissimo anche dire che “per mezzo di lui” (1:16) ogni creatura venne all’esistenza. Secondo l’espressione biblica, ogni cosa venne all’esistenza quando la parola di Dio pronunciò il nome delle cose (Gn 1). Quella stessa parola di Dio ora dimorava in Yeshùa.

   Si vede qui il modo di ragionare ebraico, quello biblico, e si nota l’abisso che lo separa dal modo di pensare occidentale (che sa solo prendere alla lettera).

   I “troni, signorie, principati, potenze” (1:16) sono le gerarchie angeliche che popolano – secondo la speculazione del tardo giudaismo (e anche secondo gli eretici di Colosse) – gli spazi celesti e che controllano la vita umana. Contro l’esaltazione che ne facevano certi eretici della congregazione di Colosse, Paolo afferma che anch’essi (i “troni, signorie, principati, potenze”) sono stati creati dal Cristo (nel senso che furono creati da quella stessa parola di Dio che ora dimora in Yeshùa) e a lui tendono, quindi sono a lui inferiori.

   Un elenco simile si trova in Ef 1:21, con qualche modifica:

Col 1:16

θρόνοι

κυριότητες

ἀρχαὶ

ἐξουσίαι

thònoi

küriòtetes

archài

ecsusìai

troni

signorie

principati

autorità

Ef 1:21

ἀρχῆς

ἐξουσίας

δυνάμεως

κυριότητος

archès

ecsusìas

dünàmeos

küriòtetos

principato

autorità

potenza

signoria

   Paolo non intende affermare la realtà di questa gerarchia né intende insinuare che essa sia completa né che sia inesistente. Paolo vuole solo insegnare – usando la terminologia corrente – che tutte queste forze cosmiche (buone o malvagie che siano) sono inferiori a Yeshùa e a lui sottoposte. Proprio per questo motivo Paolo non accenna al fatto che il regno di Yeshùa sia temporaneo e che anche Yeshùa alla fine dovrà essere sottoposto a Dio. Ciò avverrà, del resto, solo dopo che i nemici di Dio saranno debellati e i suoi amici saranno ancor più sottoposti a Dio, perché costituiscono il regno di Yeshùa che questi donerà definitivamente a Dio. Situazione diversa nella prima lettera ai corinti, dove Paolo afferma chiaramente: “Poi verrà la fine, quando consegnerà il regno nelle mani di Dio Padre, dopo che avrà ridotto al nulla ogni principato, ogni potestà e ogni potenza”. – 1Cor 15:24.

   Lo studioso Bultmann osserva acutamente: “Ai nostri giorni e nella nostra generazione, pur non pensando in modo mitico, parliamo spesso di poteri demoniaci che dirigono la storia e che corrompono la vita politica e sociale. Questo linguaggio è metaforico: si tratta di una figura retorica per esprimere la visione del male di cui ogni persona è responsabile. Ciononostante, il male è divenuto un potere che misteriosamente tiene schiavo ogni individuo della razza umana”. – Jesus Christ and Mythology, London, pag. 21.

   Questa idea era presente nella mente di Paolo quando parlava di principati e potenze da cui i credenti sono liberati mediante l’amore di Dio in Yeshùa: “Sono persuaso che né morte, né vita, né angeli, né principati, né cose presenti, né cose future, né potenze, né altezza, né profondità, né alcun’altra creatura potranno separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore”. – Rm 8:38,39.

   Noi non siamo dei fantocci in mano al fato, ma in Yeshùa siamo perfettamente superiori a tutte le forze demoniache che nell’universo si oppongono a Yeshùa e al suo popolo.