Proprio come nelle apocalissi giudaiche, in quella biblica al regno intermedio segue la fine del mondo e il giudizio universale.

“Poi vidi un grande trono bianco e colui che vi sedeva sopra. La terra e il cielo fuggirono dalla sua presenza e non ci fu più posto per loro. E vidi i morti, grandi e piccoli, in piedi davanti al trono. I libri furono aperti, e fu aperto anche un altro libro che è il libro della vita; e i morti furono giudicati dalle cose scritte nei libri, secondo le loro opere. Il mare restituì i morti che erano in esso; la morte e l’Ades restituirono i loro morti; ed essi furono giudicati, ciascuno secondo le sue opere. Poi la morte e l’Ades furono gettati nello stagno di fuoco. Questa è la morte seconda, cioè lo stagno di fuoco. E se qualcuno non fu trovato scritto nel libro della vita, fu gettato nello stagno di fuoco”. – Ap 20:11-15.

 La terra e il cielo non esistono più. Yeshùa aveva già assicurato: “Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno” (Mr 13:31). Dice Pietro che “in quel giorno i cieli passeranno stridendo, gli elementi infiammati si dissolveranno”; si tratta della “venuta del giorno di Dio, in cui i cieli infocati si dissolveranno e gli elementi infiammati si scioglieranno! Ma, secondo la sua promessa, noi aspettiamo nuovi cieli e nuova terra, nei quali abiti la giustizia”. – 2Pt 3:10,12,13.

   Il giudizio universale è simboleggiato dal “grande trono bianco”, giudizio prefigurato dalla Festa biblica dell’Ultimo Gran Giorno, celebrato il 22 di tishrì.


L’Ultimo Gran Giorno

Come spiegato nella lezione della Facoltà Biblica n. 487 (TOR) – Il calendario biblico e il piano di Dio, la Festa delle Capanne prefigura il Millennio. Abbinata alla Festa delle Capanne, subito dopo, c’è un’altra festività.

“Il quindicesimo giorno di questo settimo mese [etanìm o tishrì] sarà la festa delle Capanne, durerà sette giorni, in onore del Signore. Il primo giorno [15 tishrì] vi sarà una santa convocazione; non farete nessun lavoro ordinario. Per sette giorni offrirete al Signore dei sacrifici consumati dal fuoco. L’ottavo giorno [22 tishrì] avrete una santa convocazione”. – Lv 23:34,35.

   Che “l’ottavo giorno” costituisca una festività a sé stante è evidente dal fatto che la Festa delle Capanne deve durare sette giorni, dal 15 al 21 di tishrì. “L’ottavo giorno”, che cade il 22 di tishrì è dunque un’altra Festa.

   In Gv 7:37 si fa menzione all’“ultimo giorno, il grande giorno della festa” (TNM). Il testo originale greco ha τῇ ἐσχάτῃ ἡμέρᾳ τῇ μεγάλῃ (tè eschàte tè megàle), “l’ultimo giorno il grande”. Era questa evidentemente la denominazione che era data al 22 di tishrì, “l’ultimo Gran Giorno”. – Cfr. Lv 23:36.

   Sebbene “l’ottavo giorno” sia una solennità a sé stante, il fatto di definirla così – “l’ottavo giorno” -, quasi fosse un prolungamento della Festa della Capanne, indica che a questa è strettamente collegata. La Festa delle Capanne prefigura il Millennio. Ora, cosa accade subito dopo il Millennio? È proprio ciò che accade alla fine del Millennio che è prefigurato dall’Ultimo Gran Giorno. Nel linguaggio simbolico tipico dell’Apocalisse, questi eventi futuri sono descritti in Ap 20:7-15.

   L’Ultimo Gran Giorno è il giorno del giudizio del “grande trono bianco”. Tutti i sopravvissuti che vivranno nel Millennio e tutta l’umanità risuscitata durante il Millennio, tutti saranno giudicati.

   Il desiderio di Dio, che è amore (1Gv 4:16), è “che tutti gli uomini siano salvati” (1Tm 2:4), nessuno escluso. È per questo che “ci sarà una risurrezione dei giusti e degli ingiusti”. – At 24:1.


   Chi e colui che siede sopra il “grande trono bianco”? Chi altri potrebbe essere se non “Dio, il giudice di tutti” (Eb 12:23)? Giovanni profetizza che l’intera umanità comparirà davanti al “grande trono bianco” per essere giudicata. Sarà il giudizio finale e universale. Dopodiché, sarà il tempo di cui parlò Yeshùa quando disse: “Là ci sarà pianto e stridor di denti”. – Lc 13:28.

   Per compiere questa fase esecutiva del giudizio, nel linguaggio figurato dell’Apocalisse è detto che saranno consultati i registri di Dio: “I libri furono aperti, e fu aperto anche un altro libro che è il libro della vita; e i morti furono giudicati dalle cose scritte nei libri, secondo le loro opere” (Ap 20:12). Durante il Millennio, i risuscitati hanno avuto la possibilità d’avere l’insegnamento di Dio e di ubbidire. A questo giudizio davanti al grande trono bianco le parole di Paolo, “tutti compariremo davanti al tribunale di Dio” (Rm 14:10), troveranno l’applicazione finale. “Ciascuno di noi renderà conto di se stesso a Dio”. – Rm 14:12.

   La questione della giustizia di Dio sarà allora risolta per sempre. Chi avrà la vita eterna avrà una fede incrollabile in Dio. Il peccato non potrà mai più corrompere l’universo.

“‘Come è vero che vivo’, dice il Signore,

‘ogni ginocchio si piegherà davanti a me,

e ogni lingua darà gloria a Dio’”. – Rm 14:11; cfr. Is 45:23.

   “Volgetevi a me e siate salvati, voi tutte le estremità della terra! Poiché io sono Dio, e non ce n’è alcun altro. Per me stesso io l’ho giurato; è uscita dalla mia bocca una parola di giustizia, e non sarà revocata: Ogni ginocchio si piegherà davanti a me, ogni lingua mi presterà giuramento”. – Is 45:22,23.

   L’Annientamento di satana e dei peccatori. Immediatamente dopo la sentenza divina, satana, i suoi angeli e le persone che li hanno seguiti, avranno la loro punizione. “Se qualcuno non fu trovato scritto nel libro della vita, fu gettato nello stagno di fuoco” (Ap 20:15). Tutti periranno della morte seconda da cui non c’è risurrezione. “Un fuoco dal cielo discese e le divorò ” (Ap 20:9). È “il giorno della vendetta del Signore”. – Is 34:8.

   Lo “stagno di fuoco”. I cattolici biblicamente poco istruiti se non addirittura mal istruiti, potrebbero vedere nello “stagno di fuoco” di Ap 20:14, in cui vengono gettati satana e peccatori, il loro inferno di fuoco. Qui si parla però di “stagno” e non d’inferno. La parola “inferno” si trova nella cattolica CEI in Lc 16:23, 2Pt 2:4 e Ap 6:8.


Tartaro, Ades, Gheènna e “stagno di fuoco”

   Il Tartaro. In 2Pt 2:4 si parla dei demòni e si dice, stando alla CEI, che Dio “li precipitò negli abissi tenebrosi dell’inferno”. In verità, il testo greco originale ha ταρταρώσας (tartaròsas): “Gettandoli nel Tartaro” (TNM); più letteralmente: “Avendoli precipitati nel Tartaro”; il verbo è ταρταρόω (tartaròo), “precipitare nel Tartaro”. Il Tartaro indicava il luogo della mitologia greca e latina in cui Zeus/Giove aveva rinchiuso i Titani, la mostruosa stirpe di esseri sovrumani, padri degli dèi. Vanno subito precisate due cose. Questo luogo mitologico era situato sotto all’Ades, parola di cui ci occuperemo subito dopo e che CEI traduce pure con “inferno”; il Tartaro non è dunque l’Ades. Nel Tartaro erano confinati gli spiriti titanici, non le anime umane. Pietro non si avvalse certo di questa immagine del Tartaro per sostenere che i demòni fossero confinati da Dio in questo luogo della mitologia pagana. Evidentemente usò questa immagine per dire che Dio aveva confinato i demòni nella più bassa condizione possibile, quella delle tenebre spirituali. Niente a che fare, quindi, con l’“inferno”, che traduce invece la parola Ades.

   L’Ade. In Lc 16:23 e in Ap 6:8 la parola tradotta “inferno” da CEI, è nel testo biblico ᾅδης. Non è difficile risalire alla rispettiva corrispondente parola ebraica per determinarne il significato. La parola ᾅδης è usata da Luca in At 2:27 per tradurre la citazione ebraica che Pietro lì fa di Sl 16:10. In At Pietro ricorda: “Tu non lascerai l’anima mia nell’Ades [ᾅδην]” (2:27). La sua citazione è tratta da Sl 16:10: “Non abbandonerai la mia vita nel sepolcro [שְׁאֹול]” (CEI, qui in 15:10, perché CEI segue la LXX). Già dalla traduzione che ne fa CEI, si vede come la parola corrisponde a “sepolcro”. L’ebraico è שְׁאֹול (sheòl). La traduzione greca della LXX traduce la parola ebraica con ᾅδην (àden), accusativo di ᾅδη (àde) (qui in 15:10). Luca fa quindi come la LXX greca: identifica l’Ades con lo sheòl. Aspetto interessante, la traduzione latina di Girolamo, la Vulgata, traduce con “infernus”. Il che è perfettamente conforme all’uso biblico della parola àdes/sheòl, perché la parola latina indica ciò che è “posto in basso”, “inferiore”, essendo sinonimo di “inferus”. Si tratta di ciò che è sotto terra ovvero del sepolcro. Niente a che fare col presunto inferno di fuoco presente nella Divina Commedia di Dante Alighieri e nel Paradiso perduto di John Milton. “Molta confusione e incomprensione è dovuta al fatto che i primi traduttori della Bibbia resero insistentemente la parola ebraica Sceol e quelle greche Ades e Geenna con la parola inferno. La semplice traslitterazione di queste parole da parte dei traduttori nelle edizioni rivedute della Bibbia non è stata sufficiente a chiarire apprezzabilmente questa confusione e opinione errata” (Encyclopedia Americana Vol. 14, 1956, pag. 81). “Indù e buddisti ritengono l’inferno un luogo di purificazione spirituale e di risanamento finale. La tradizione islamica lo considera un luogo di punizione eterna”. – Grolier Universal Encyclopedia Vol. 9, 1971, pag. 205.

   La Ghèenna. Finalmente troviamo il fuoco, ed è associato alla geenna (Mt 5:22; 18:9; Mr 9:47,48). La parola greca è γέεννα (ghèenna). È un grave errore tradurre questa parola con “inferno”. Come s‘è visto, l’inferno (l’àdes greco, lo sheòl ebraico) non è altro che la tomba. La parola γέεννα (ghèenna) è la traslitterazione dell’ebraicoגֵי־הִנֹּם  (ghe-hinòm), “burrone di Hinòm” (Gs 15:8;18:16; Ger 19:2,6). Si tratta di una delle due principali valli che circondano la città di Gerusalemme, a sud. Qui veniva bruciata la spazzatura. Qui venivano anche gettati dei cadaveri. Si comprende allora come quel luogo così ripugnante si prestasse bene a rappresentare la distruzione completa conseguente al giudizio ostile di Dio. L’immagine della ghèenna come luogo di distruzione dei malvagi è presente anche nella letteratura ebraica extrabiblica. – Cfr. Mishnàh, Kidushìm 4:14, Avòt 1:5; 5:19,20, Toseftà 6:15; Talmud Babilonese, Rosh Hashanàh 16b;7a, Bereshìt 28 ter).

   Purtroppo, si comprende anche come la fantasia popolare abbia associato questo inceneritore dei tempi antichi alla punizione eterna dei malvagi, mandandovi le presunte anime dei peccatori a patire – è il caso di dirlo – le pene dell’inferno.

   C’è una considerazione biblica molto importante da fare. Secondo la dottrina cattolica, le anime dei malvagi soffrirebbero in modo indicibile, coscientemente ed eternamente. Ora, tutte le nazioni civili hanno vietato per legge la tortura. Con la dottrina cattolica si vorrebbe far fare a Dio ciò che neppure le nazioni, che pur non sono esempi di massima rettitudine, osano fare. E non solo: la tortura sarebbe anche eterna. È davvero orripilante questo orribile concetto cattolico attribuito a Dio.

   Inoltre, va osservato che nei tempi antichi, proprio nella Valle di Hinòm fu praticata l’idolatria e che gli ebrei arrivarono a sacrificarvi i loro figli vivi. La disgustata reazione di Dio fu:

“Hanno costruito gli alti luoghi di Tofet nella valle del figlio di Innom,

per bruciarvi nel fuoco i loro figli e le loro figlie;

cosa che io non avevo comandata

e che non mi era venuta in mente”. – Ger 7:31.

   Dio definì un’abominazione questa pratica: “Hanno costruito gli alti luoghi di Baal che sono nella valle dei figli di Innom, per far passare per il fuoco i loro figli e le loro figlie offrendoli a Moloc; una cosa che io non avevo comandata loro e non mi era venuto in mente che si dovesse commettere una tale abominazione” (Ger 32:35). Da questo passo si può dedurre che mai Dio praticherebbe ciò che lui stesso definì abominevole. L’inferno di fuoco cattolico è completamente estraneo alla Bibbia e al pensiero di Dio.


   Lo “stagno di fuoco”. La vita eterna è promessa solo ai giusti. Ai peccatori Dio non dà una vita eterna nei tormenti, “perché il salario del peccato è la morte, ma il dono di Dio è la vita eterna” (Rm 6:23). “Gli empi periranno” (Sl 37:20; cfr. 68:2). Lo “stagno di fuoco” raffigura la loro estinzione completa, non il loro tormento.

“‘Ecco, il giorno viene,

ardente come una fornace;

allora tutti i superbi e tutti i malfattori saranno come stoppia.

Il giorno che viene li incendierà’,

dice il Signore”. – Mal 4:1.

   Dio “distruggerà tutti gli empi” (Sl 145:20). “Spariscano i peccatori dalla terra e gli empi non siano più!” (Sl 104:35). Lo “stagno di fuoco” sta a significare proprio la distruzione e la sparizione dei peccatori che non si pentono.

   Il fuoco eterno. Yeshùa disse che quando tornerà “nella sua gloria con tutti gli angeli”, occupando il “posto sul suo trono glorioso” (Mt 25:31), dirà agli impostori: “Andate via da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli!”. – Mt 25:41.

   L’aggettivo “eterno” traduce il greco αἰώνιος (aiònios). Questo è un termine relativo, la cui effettiva durata è connessa al soggetto di cui si parla. Applicato a Dio, aiònios significa per sempre, letteralmente. Cosa ben diversa, se applicato agli esseri umani. Quando un uomo promette “eterno” amore alla moglie, ad esempio, è solo ovvio che si debba intendere che è per tutto il tempo che sarà in vita. Da Gda 7 possiamo trarre una dimostrazione biblica: “Sodoma e Gomorra e le città vicine, che si abbandonarono, come loro, alla fornicazione e ai vizi contro natura, sono date come esempio, portando la pena di un fuoco eterno [αἰωνίου (aionìu)]”. Chi oggi visita la zona a sud del Mar Morto, in Israele, troverà distese di terre disabitate e salate, ma non troverà ceneri ancora fumanti né tantomeno tracce di “fuoco eterno”. Quel fuoco è “eterno” relativamente alle due città. Bruciò finché c’era da bruciare, tuttavia la sua eternità sta anche a significare distruzione eterna. Infatti, dopo quasi 4000 anni, quella terra è ancora desolata. Il “fuoco inestinguibile” (Mt 3:12) sta a significare che non c’è speranza: chi è distrutto, lo è per sempre. Queste immagini fanno parte del modo di pensare molto concreto dei semiti. Solo una mente occidentale che non sa entrare nella mentalità biblica può leggere alla lettera.

   Il tormento nei secoli dei secoli. “Il fumo del loro tormento sale nei secoli dei secoli” (Ap 14:11; cfr. 19:2); “Saranno tormentati giorno e notte, nei secoli dei secoli” (Ap 20:10). Espressioni come queste possono confondere il lettore della Bibbia. Valgono qui le stesse considerazioni già fatte. Come esempio, citiamo Is 34:9,10: “I torrenti di Edom saranno mutati in pece e la sua polvere in zolfo; la sua terra diventerà pece ardente. Non si spegnerà né notte né giorno, il fumo ne salirà per sempre; di età in età rimarrà deserta, nessuno vi passerà mai più”. Che Edom sia stata distrutta è una realtà storica. Tuttavia, le sue rovine non stanno ancora bruciando. È del tutto evidente che l’espressione biblica indica la sua irrecuperabile distruzione, usando il linguaggio ebraico molto concreto. L’espressione “per sempre” o “nei secoli dei secoli” è relativa. Quando è associata a Dio, il suo significato è assoluto, perché Dio è immortale; quando è associata agli esseri umani mortali, il suo significato è limitato. Si prenda Es 21:6, in cui è detto che uno schiavo può decidere di servire il suo padrone “per sempre”; va da sé che l’espressione è relativa: per sempre fintanto che vive. In 1Sam 1:22 è detto che il piccolo Samuele entrerà nel Santuario e “rimanga là per sempre”, il che significa relativamente alla sua vita. Questo modo di esprimersi è simile a quello che noi stessi usiamo. Paolo, nella sua breve lettera a Filemone, gli dice che lo schiavo Onesimo, scappato da lui, tornerà e sarà “per sempre” (Flm 14); tutti comprendiamo che intendeva dire che non sarebbe più scappato e che sarebbe rimasto con lui sempre, per tutto il resto della sua vita. Quando allora leggiamo in Sl 92:7 che i peccatori saranno “distrutti in eterno”, che altro potrebbe voler dire se non che non avranno alcuna possibilità di rivivere?

   Quando i peccatori saranno distrutti col fuoco “come stoppia”, Dio “non lascerà loro né radice né ramo” (Mal 4:1). L’immagine concreta usata è, appunto, un’immagine che rende benissimo l’idea della completa distruzione. Il fatto che non rimanga “né radice né ramo” illustra l’impossibilità che i malfattori rivivano. Si noti che anche “la morte e l’Ades [= la tomba] furono gettati nello stagno di fuoco” (Ap 20:14). Ciò significa che dopo la distruzione finale dei peccatori non si useranno neppure più le parole morte e tomba. Anche la tomba e la morte sono completamente annientate nello “stagno di fuoco” che simboleggia l’annullamento totale. “Questa è la morte seconda, cioè lo stagno di fuoco”. – Ap 20:14.

   L’interpreazione completamente errata (perché non biblica) circa il tormento eterno in un inferno di fuoco è dovuta al concetto filosofico greco che fu introdotto nel cosiddetto cristianesimo quando questo si fuse con il paganesimo. Nella filosofia greca l’anima è immortale e indistruttibile. Nella Bibbia, invece, l’anima è la persona stessa, mortale. Leggendo i passi che abbiamo trattato con quell’idea pagana in mente, fu facile interpretare in un certo modo.


La punizione finale dei peccatori

La punizione finale per i peccatori è la morte, non il tormento, la morte eterna, senza possibilità di rivivere. Va comunque osservato che c’è un’importante differenza tra il peccatore incallito, convinto, impenitente, che prova piacere nel peccare, e chi rifiuta la salvezza per ignoranza o per altre ragioni. Già il nostro stesso di giustizia, per quanto imperfetto, si ribella all’idea che tutti e due abbiamo la stessa punizione.

   Yeshùa illustrò il diverso trattamento dei due in una parabola, dicendo:

“Se un servo sa quel che il suo padrone vuole, ma non lo esegue con prontezza, sarà punito severamente. Se invece un servo si comporta in modo da meritare un castigo, ma non sa quel che il suo padrone vuole, sarà punito meno severamente”. – Lc 12:47,48.

   Si può star certi che la giustizia di Dio riserverà la “morte seconda”, l’annientamento, solo a chi si mostrerà impenitente in maniera convinta.


   In Mt 25:31-46 Yeshùa descrisse il giudizio finale affermando che “il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti gli angeli, prenderà posto sul suo trono glorioso. E tutte le genti saranno riunite davanti a lui ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri” (vv. 31,32). Anche Paolo afferma che “noi tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo” (2Cor 5:10). Giovanni però indica chiaramente Dio come il Giudice che sederà sul trono. Lo stesso Paolo, del resto, afferma in Rm 14:10 che “tutti compariremo davanti al tribunale di Dio”. La soluzione a questa apparente contraddizione è data in Ap 3:21 in cui Yeshùa dice: “Ho vinto e mi sono seduto con il Padre mio sul suo trono”.

   “I morti furono giudicati dalle cose scritte nei libri, secondo le loro opere” (Ap 20:12). Questa è giustizia. “Egli renderà a ciascuno secondo le sue opere”. – Rm 2:6.

   Alla fine, anche l’ultimo nemico di Dio è giudicato e distrutto. La morte stessa è distrutta, in adempimento alla promessa divina di Is 25:8: “Annienterà per sempre la morte”. “L’ultimo nemico che sarà distrutto sarà la morte”. – 1Cor 15:26.

«La morte è stata sommersa nella vittoria».

«O morte, dov’è la tua vittoria?

O morte, dov’è il tuo dardo?».

1Cor 15:54,55; cfr. Is 25:8; Os 13:14.