At 18-20 – 51-54 E. V.

 

Nel suo terzo viaggio Paolo sostò più a lungo a Efeso, capitale dell’Asia Minore. Vi rimase per un triennio, anche se non completo.

   Gli anni in cui rimase a Efeso furono così bene spesi che il culto di Artemide (alla quale la cittadinanza aveva eretto un grandioso tempio frequentato da tutti gli elleni) subì un notevole ribasso. Paolo dovette allontanarsi in seguito ad una sommossa popolare provocata dagli orefici interessati alla fabbricazione di oggetti votivi.

   Paolo fu imprigionato? Questo fu sostenuto dallo studioso A. Deissmann, ma ottenne pochi consensi da altri studiosi. Altri hanno pensato che Paolo fosse stato esposto alle belve di un circo: “Se soltanto per fini umani” – scrive Paolo – “ho lottato con le belve a Efeso, che utile ne ho?” (1Cor 15:32). Ma la frase può avere anche un senso metaforico. Non è quindi sicuro che Paolo abbia combattuto in un’arena con delle belve, né è sicuro che egli abbia scritto le sue lettere da Efeso stando in carcere.

   Allontanatosi da Efeso, Paolo visitò le congregazioni della Macedonia e dell’Acaia, per far poi ritorno a Gerusalemme.

   A Gerusalemme la posizione di Paolo era divenuta insostenibile. Ciò a causa della lotta aperta dei giudei contro le comunità del gentilesimo. Il suggerimento datogli dai fratelli gerosolimitani di recarsi al Tempio per manifestare così la sua devozione e la sua fedeltà alla Legge, inasprì ancora di più gli animi. Si sospettò che vi avesse introdotto dei pagani, colpa che era punita con la pena capitale. La sommossa fu talmente furiosa che Paolo poté salvarsi solo proclamandosi cittadino romano: “Civis romanus sum”.

“I Giudei dell’Asia, vedendolo nel tempio, aizzarono tutta la folla, e gli misero le mani addosso, gridando: ‘Israeliti, venite in aiuto: questo è l’uomo che va predicando a tutti e dappertutto contro il popolo, contro la legge e contro questo luogo; e oltre a ciò, ha condotto anche dei Greci nel tempio, e ha profanato questo santo luogo’. Infatti, prima avevano veduto Trofimo di Efeso in città con Paolo, e pensavano che egli lo avesse condotto nel tempio. Tutta la città fu in agitazione e si fece un assembramento di gente; afferrato Paolo, lo trascinarono fuori dal tempio, e subito le porte furono chiuse. Mentre cercavano di ucciderlo, fu riferito al tribuno della coorte che tutta Gerusalemme era in subbuglio. Ed egli, presi immediatamente dei soldati e dei centurioni, si precipitò verso i Giudei, i quali, vedendo il tribuno e i soldati, cessarono di battere Paolo. Allora il tribuno si avvicinò, prese Paolo, e ordinò che fosse legato con due catene; poi domandò chi fosse e che cosa avesse fatto. E nella folla gli uni gridavano una cosa, e gli altri un’altra; per cui, non potendo sapere nulla di certo a causa della confusione, ordinò che fosse condotto nella fortezza. Quando Paolo arrivò alla gradinata dovette, per la violenza della folla, essere portato di peso dai soldati, perché una marea di gente incalzava, gridando: ‘A morte!’ […] Poi alzarono la voce, dicendo: ‘Togli via dal mondo un uomo simile; perché non è degno di vivere’. Com’essi gridavano e gettavano via i loro vestiti e lanciavano polvere in aria, il tribuno comandò che Paolo fosse condotto nella fortezza e che venisse interrogato mediante tortura, allo scopo di sapere per quale motivo gridassero così contro di lui. Quando lo ebbero disteso e legato con le cinghie, Paolo disse al centurione che era presente: ‘Vi è lecito flagellare un cittadino romano, che non è stato ancora condannato?’. Il centurione, udito questo, andò a riferirlo al tribuno, dicendo: ‘Che stai per fare? Quest’uomo è romano!’. Il tribuno andò da Paolo, e gli chiese: ‘Dimmi, sei romano?’. Ed egli rispose: ‘Sì’”.  – At 21:27-36;22:22-27.

   Per comprendere la reazione del tribuno Lisia e la sua paura va ricordato che il flagellare e torturare un cittadino romano era una flagrante infrazione della “lex julia” promulgata dall’imperatore Augusto, che garantiva a ogni membro di questa classe privilegiata che godeva della cittadinanza romana il diritto di essere giudicato da un tribunale di Roma.

   Come poteva Paolo provare la sua affermazione? All’epoca della nomina ogni cittadino romano poteva ottenere una specie di certificato della sua prerogativa, quasi una tessera di riconoscimento. Talvolta questo certificato prendeva la forma di un piccolo dittico di legno da portare con sé quando il cittadino si trasferiva da un luogo all’altro. Tuttavia, non pare che Paolo possedesse questo documento. Egli poteva solo essere in grado di indicare un archivio provinciale in cui il suo nome e la sua cittadinanza erano registrati. La difficoltà della verifica spiega come mai Paolo abbia fatto raramente ricorso alla sua privilegiata condizione.

   L’accanimento dei giudei contro Paolo fu così forte che oltre quaranta persone fecero voto di non prendere cibo prima di averlo ammazzato (At 23:12-35). Venuto a conoscenza, tramite un suo nipote, del grave pericolo che correva, Paolo fu trasferito per precauzione a Cesarea presso il procuratore romano Felice. Qui rimase in prigione anche sotto Festo, il successore di Felice. Vi rimase fino al suo appello a Cesare (At 25). Siamo nell’anno 55.

   Le peripezie del viaggio per mare verso Roma (per il suo appello al tribunale romano) con il naufragio a Malta, l’accoglienza dei condiscepoli a Pozzuoli e poi a Roma, le vicende del biennio della prigionia romana (mitigata dal fatto che gli fu concesso di affittare una casa dove liberamente riceveva gente), sono narrati da Luca in un racconto vivo e particolareggiato che chiude il libro di Atti (capp. 27 e 28), che però non narra l’esito finale del processo.

   Una tradizione maltese pone il naufragio nella baia vicino al territorio di Publio, “il principale dell’isola”: “Nei dintorni di quel luogo vi erano dei poderi dell’uomo principale dell’isola, chiamato Publio, il quale ci accolse amichevolmente e ci ospitò per tre giorni” (At 28:7). Questo luogo è chiamato oggi San Pauol Milqi (San Paolo l’Incontrato). La fondatezza di questa tradizione è stata confermata da una missione archeologica diretta da M. Cagiano de Azevedo, che vi ha ritrovato il piano di una cittadina a uso agricolo nel 2° e nel 1° secolo a. E. V., specializzata nella produzione dell’olio. Due costruzioni potrebbero essere state il territorio di Publio, come confermerebbe la lettera “P” che si trova frequentemente nelle rovine. Vi sono stati trovati anche numerosi graffiti su pietra con simboli “cristiani”: un pesce attraversato da un tridente a mo’ di croce, un altro tridente e due croci. Se il tridente simboleggia la trinità, i reperti devono essere datati a epoca ben posteriore a Paolo, quando l’apostasia aveva già introdotto nelle comunità la trinità pagana (come, del resto, le croci testimoniano l’epoca posteriore). Vi appaiono anche motivi paolini: un battello latino contro una roccia, il nome latino Paulus scritto in lettere greche, un ritratto dell’apostolo in cui compare calvo e con la barba lunga (con una tunica corta e un bastone a forma della lettera ebraica vau: ו). Questi ultimi motivi devono essere di epoca posteriore, forse opera di un monaco egizio fuggito di fronte all’invasione araba (7° secolo?).

   La strana conclusione del libro lucano di Atti, che non narra l’esisto dell’appello di Paolo a Cesare, può essere spiegata in vari modi. Forse ci fu un esito negativo del processo con una condanna a morte di Paolo. Forse Luca aveva intenzione di scrivere un terzo libro (aveva già scritto il suo Vangelo e Atti) narrando gli eventi posteriori con la liberazione di Paolo e il suo rientro. Quest’ultima soluzione pare la più probabile perché spiegherebbe il silenzio lucano per ragioni artistiche: avrebbe mostrato il progressivo sviluppo del Vangelo da Gerusalemme agli estremi confini del mondo allora conosciuto, arrestandosi alla capitale dell’impero, estremo limite della predicazione apostolica.