Inno cristologico

 

“Abbiate in voi lo stesso sentimento che è stato anche in Cristo Gesù” (2:5):

6 “Il quale, pur essendo in forma di Dio, non considerò l’essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente,

I

7 ma spogliò sé stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini;
8 trovato esteriormente come un uomo, umiliò sé stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce.

II

9 Perciò Dio lo ha sovranamente innalzato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni nome,

III

10 affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio* nei cieli, sulla terra, e sotto terra,

IV

11 e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore, alla gloria di Dio Padre.”

* La citazione è tratta da Is 45:23: “Ogni ginocchio si piegherà davanti a me”.

    Il v. 5 è semplicemente l’introduzione all’inno che Paolo qui presenta e che noi dobbiamo esaminare a parte.

   Per indurre meglio i filippesi al medesimo sentire, a stare di buon animo ed essere umili anziché esaltarsi al di sopra degli altri, Paolo presenta l’esempio di Yeshùa il consacrato. Il sentimento dei filippesi – e quindi anche il nostro – deve essere quello di Yeshùa. L’inno propriamente detto inizia al v. 6 e si conclude con il v. 11.

   L’inno è di Paolo? In tempi moderni si è fatta strada l’idea che l’inno, già usato nella preghiera o nel culto, sia stato accolto da Paolo. Vi si trovano, infatti, delle parole che non sono propriamente paoline e non sembrano dovute alla sua mano.

   Ripartizione delle strofe. Tre studiosi hanno tentato la ripartizione strofica dell’inno. Si tratta di Lohmeyer, Jeremias e Talbert.

   Lohmeyer suddivise l’inno in sei strofe (una per ogni versetto biblico) secondo la divisione seguente:

I strofa

v. 6

IV strofa

v. 9

II strofa

v. 7

V strofa

v. 10

III strofa

v. 8

VI strofa

v. 11

   Jeremias oppone alla precedente soluzione la mancanza di parallelismo tra “si pieghi ogni ginocchio” del v. 10 e “ogni lingua confessi” del v. 11, che sono in due differenti strofe e in linee differenti. In più oppone la mancanza di parallelismo tra “simile agli uomini” del v. 7 e “trovato esteriormente come uomo” del v. 8; inoltre, la fine della strofa non corrisponde alla fine del periodo. Jeremias propone quindi un suo proprio schema che è questo:

I strofa v. 6,7
II strofa v. 8
III strofa v. 9-11

   Jeremias ha però il torto di raggiungere questa divisione a scapito di molte parole che egli è costretto ad eliminare. Questo si potrebbe anche accettare per la frase “e alla morte di croce” (alla fine del v. 8), poiché sono parole tipicamente paoline e quasi tutti gli studiosi sono concordi nel ritenerle aggiunte da Paolo all’inno anteriore. Ma non vi è motivo di eliminare altre parole, come fa Jeremias. D’altra parte, se si lasciano le parole come sono nel testo, la terza strofa diviene del tutto impossibile. Tra il salvaguardare le strofe proposte da Jeremias eliminando parole del testo biblico e il mantenere il testo scritturale respingendo l’ipotesi dello studioso, senza la minima esitazione scegliamo questa seconda ipotesi e rifiutiamo la teoria dello studioso tedesco (anche se trova accoglienza presso molti altri studiosi).

   Quella del Talbert pare proprio la soluzione migliore. È lo schema che abbiamo presentato in apertura di questo studio. In esso si presentano i riferimenti formali caratteristici che si richiamano a vicenda e servono da divisione.

   L’inno risulta così composto da quattro strofe perfettamente parallele:

6 “Il quale, pur essendo in forma di Dio, non considerò l’essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente, I

Vita terrena di Yeshùa prima della resurrezione

7 ma spogliò sé stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini;
8 trovato esteriormente come un uomo, umiliò sé stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce. II
9 Perciò Dio lo ha sovranamente innalzato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni nome, III

Vita di Yeshùa dopo la resurrezione

10 affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra, e sotto terra, IV
11 e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore, alla gloria di Dio Padre.”

L’inno è poggiato in modo particolare sul parallelismo, che facciamo qui notare:

6 “Il quale, pur essendo in forma di Dio, non considerò l’essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente, I

L’umiliazione

di Yeshùa

7 ma spogliò sé stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini;
8 trovato esteriormente come un uomo, umiliò sé stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce. II
9 Perciò* Dio lo ha sovranamente innalzato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni nome, III

Effetto e scopo dell’umiliazione

di Yeshùa

10 affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra, e sotto terra, IV
11 e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore, alla gloria di Dio Padre.”

* Si umiliò perché fosse elevato: “È stato dato a causa delle nostre offese ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione”. – Rm 4:25.

   Qual è il significato dell’inno? Sin dall’antichità ci sono state due interpretazioni di questo inno. La prima – basandosi sui vv. 6-8 – lo riferisce alla preesistenza di Yeshùa, antecedente alla sua vita umana. L’altra interpretazione – basandosi sempre sugli stessi vv. 6-8 – vi vede solo la sua vita terrena.

   Nell’interpretazione antica e moderna la prima idea è la più diffusa. A questa idea aderiscono ovviamente i trinitari e i bibitari, per i quali la preesistenza di Yeshùa è una preesistenza eterna. A questa idea della preesistenza aderiscono anche le Chiese Cristiane di Dio, i Testimoni di Geova, la Chiesa del Regno di Dio e altre denominazioni religiose; per costoro non si tratta però di una preesistenza eterna, in quanto viene riconosciuto che Yeshùa è un essere creato; tuttavia, viene ammessa una sua esistenza celeste prima di quella terrestre.

   L’interpretazione che sostiene la preesistenza di Yeshùa presenta diverse difficoltà, di cui ecco le principali:

  • Mentre i più antichi inni presentano il farsi carne di Yeshùa come l’epifania (manifestazione) di questa divinità precedente (“dio” distinto dal Dio unico), qui appare come lo svuotamento della divinità. “Nessun uomo ha mai visto Dio; l’unigenito dio che è nel[la posizione del] seno presso il Padre è colui che l’ha spiegato” (Gv 1:18, TNM). “Colui che è stato manifestato in carne” (1Tm 3:16). In questi due passi si parla di manifestazione, ma nel nostro passo (Flp 2:6,7) si parla di svuotamento: “Pur essendo in forma di Dio, non considerò l’essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente, ma spogliò sé stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini”.
  • In tutte le Scritture Greche solo in questo passo si accennerebbe alla decisione del Cristo prima della sua esistenza terrestre: “Non considerò l’essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente, ma spogliò sé stesso”. In Eb 10:5 è detto: “Cristo, entrando nel mondo”. Quando Yeshùa entrò nel mondo? Quando nacque o quando si presentò al battesimo? Meglio quest’ultimo caso, perché si presuppone già esistente con un corpo quando, ‘entrando nel mondo’, dice: “Mi hai preparato un corpo”. – V. 5.
  • Lo svuotamento nel caso presente significherebbe allora l’eliminazione della divinità per accogliere l’umanità: “Spogliò sé stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini”.
  • Solo con grande difficoltà si può cercare di evitare, ma senza riuscirci del tutto, la conclusione che l’esaltazione di Yeshùa è uno stato superiore allo stato precedente in cui Yeshùa sarebbe stato in forma di divinità. Se fu esaltato dopo, non lo era prima. Questo è un punto di enorme difficoltà, insuperabile per i trinitari e i bibitari. Per costoro Yeshùa era Dio, perciò come poteva Dio essere “sovranamente innalzato” (v. 9) più di quanto non lo fosse già? Anche se meno difficoltoso, per gli unitari (coloro che ammettono un solo Dio e accettano Yeshùa come creatura) questo è pur sempre un ostacolo. Infatti, costoro ammettono Yeshùa come la prima di tutte le creazioni di Dio e come già superiore a tutto il creato. Come potrebbe allora essere poi esaltato ancora di più se sopra di lui c’era già soltanto Dio?

   Come superare tutte queste difficoltà? Forse sono proprio queste difficoltà (le quali mettono in crisi l’idea della preesistenza) che invalidano la teoria di una vita preumana di Yeshùa. Infatti, se si vede in questo inno soltanto un riferimento storico alla vita terrena di Yeshùa, tutte le difficoltà svaniscono.

   Ora, questa seconda interpretazione è proprio quella che ci viene suggerita dall’esame accurato del testo biblico, inteso nella sua divisione da noi sopra proposta. Le prime due strofe, tra loro parallele, riguardano la vita terrena del Cristo presentata come quella del nuovo Adamo.

   Vediamo innanzitutto il senso della prima parte della prima strofa: “Essendo in forma di Dio” (2:6). TNM non si discosta: “Benché esistesse nella forma di Dio”; aggiunge solo l’articolo “la” (“nella”) a “forma”, articolo che non è presente nel testo greco.

   Ma il punto è: cosa è mai questa “forma”? I trinitari e i bibitari rispondono con l’opinione del Lightfoot, secondo cui la “forma” indica la “sostanza, la natura” di Dio. È davvero così? Sarebbe un errore addentrarsi in una speculazione teologica basandosi sulla parola “forma” come si presenta nelle nostre Bibbie tradotte nelle lingue occidentali. Dobbiamo riferirci prima di tutto alla parola greca originale presente nel testo, e poi domandarci che significato aveva nella Bibbia quella parola.

   La parola in questione (tradotta in genere con “forma”) è

μορφή

   che si legge morfè. Ecco la frase originale del testo biblico:

ἐν μορφῇ θεοῦ ὑπάρχων

en morfè theù üpàrchon

in morfè di Dio esistente

   Con quale significato tradurre morfè? Esattamente con il valore che la Scrittura le dà. Se esaminiamo la versione greca dei LXX scopriamo che la parola morfè traduce l’ebraico תמונה (tmunàh). La parola ebraica tmunàh significa “immagine”. È interessante notare che questa parola fa parte anche del vocabolario dell’ebraico moderno, in cui assume anche il significato di “fotografia”. Tmunàh (“immagine”) viene tradotta nel greco della LXX con μορφῇ (morfè) oppure con ὁμοίωμα (omòioma) che significa “somiglianza”.

   In Dt 4:12 si legge in NR: “Non vedeste nessuna figura”; in TNM: Non vedevate nessuna forma”. Ma Diodati traduce accuratamente: “Non vedeste alcuna somiglianza”. A noi interessa soprattutto il testo ebraico e quello greco della LXX. Eccolo:

Dt 4:12

Ebraico

תְמוּנָה אֵינְכֶם רֹאִים

tmunàh enechèm roìm

Greco (LXX)

ὁμοίωμα οὐκ εἴδετε

omòioma uk èidete

Greco (Simmaco)

μορφὴν οὐκ εἴδετε

morfèn uk èidete

Traduzione

“Non vedeste alcuna somiglianza”. – Did.

“Non vedeste alcuna figura”. – Con.

   In Dn 3:18 abbiamo: “Non adoreremo l’immagine d’oro che hai eretto” (TNM). Qui la parola “immagine” traduce l’aramaico צֶלֶם (tzèlem) che è tradotto, in 1Sam 6:5, nel greco della LXX con ὁμοίωμα (omòioma). La versione siriaca Peshitta traduce il greco μορφῇ (morfè) con l’ebraico תמונה (tmunàh), “immagine”.    

   Abbiamo dunque questa corrispondenza:

Ebraico

תמונה

tmunàh

Aramaico

צֶלֶם

tzèlem

Greco

μορφῇ

morfè

Italiano

immagine

   Ora, se prendiamo la parola greca morfè di Flp 2:6 nel senso di “immagine”, tutto procede chiaro e senza difficoltà: Adamo era a immagine di Dio, ma egli volle farsi uguale a Dio per rapina, disobbedendo ed auto-elevandosi. Al contrario, Yeshùa, lui pure fatto a immagine di Dio come secondo Adamo, non volle rapire l’uguaglianza a Dio (l’autorità divina, il dominio sull’universo) con la disubbidienza; fu invece ubbidiente fino a umiliarsi.

   C’è qui la presentazione di Yeshùa come nuovo Adamo, che è presente in Paolo anche altrove: “Per mezzo di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo […] Adamo, il quale è figura di colui che doveva venire […] come con una sola trasgressione la condanna si è estesa a tutti gli uomini, così pure, con un solo atto di giustizia, la giustificazione che dà la vita si è estesa a tutti gli uomini. – Rm 5:12,14,18; “’Il primo uomo, Adamo, divenne anima vivente’; l’ultimo Adamo è spirito vivificante”. – 1Cor 15:45.

   Yeshùa non solo è a somiglianza di Dio (come Adamo), ma è anche della stessa discendenza di Adamo. Ha quindi lo stesso aspetto di Adamo, la sua stessa immagine umana: Yeshùa è anche a immagine dell’uomo. Anche qui la parola “immagine” rientra nella terminologia delle Scritture Ebraiche in cui si parla di Set come discendente di Adamo.

“A sua somiglianza,

בִּדְמוּתֹו

bidmutò

κατὰ τὴν ἰδέαν

katà ten idèan

“A sua immagine”

כְּצַלְמֹו

ketzàlmò

κατὰ τὴν εἰκόνα

katà ten eikòna

(Gn 5:3)

   Nel passo di Flp si vuol dire che Yeshùa ebbe la natura umana come quella dei discendenti di Adamo. Contro la tendenza a farne un angelo (eresia del tempo di Paolo) si dice di lui che fu “simile agli uomini” (2:7), completamente identico all’immagine di Adamo come si afferma di Set.

   Si può trovare un perfetto parallelismo con il nostro passo nel testo greco dei LXX riguardante Adamo e Set:

Flp 2

Gn 5

6

“Il quale, pur essendo in forma [= immagine] di Dio, non considerò l’essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente,

1

“Dio creò l’uomo, lo fece a somiglianza di Dio

7

ma spogliò sé stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini”.

3

Adamo […] generò un figlio a sua somiglianza, a sua immagine, e lo chiamò Set”.

   L’espressione ἐν ὁμοιώματι ἀνθρώπων (en omoiòmati anthròpon), “in somiglianza di uomini”, di 2:7, attribuita a Yeshùa, sembra proprio volerlo presentare come figlio di Adamo.

   Anche lo “spogliò sé stesso” (2:7), vuotò se stesso” (TNM), si spiega riferito alla morte di Yeshùa, quando egli “rese lo spirito” (Mt 27:50), e potrebbe riferirsi a “ha dato sé stesso alla morte” di Is 53:12. La frase indicherebbe il dare la vita come “servo” (2:7) di Dio.

   Si ha dunque, insieme, la figura del nuovo Adamo e la figura del servo di Dio profetizzato da Isaia. Questo è parallelo a quanto si legge nella seconda strofa, dove si dice che egli si fece ubbidiente sino alla morte abbassandosi in modo tale da essere poi elevato (terza strofa).

   Parallela a questo è l’affermazione che “umiliò sé stesso” (2:8), proprio come il servo di Dio che in Is 53:7 “si lasciò umiliare”. Quindi, tanto il “vuotò se stesso” (2:7,TNM) quanto l’“umiliò se stesso” (2:8) vanno letti alla luce del servo di Dio di cui si parla nei canti di Isaia, come viene meglio chiarito con l’espressione “facendosi ubbidiente fino alla morte” (2:8). Va notato infine che il “servo” di Dio isaiano è chiamato indifferentemente sia “servo” sia “figlio”. Ecco quindi il senso che si può trarre da questo inno:

I

strofa

Yeshùa, pur essendo (come secondo Adamo) fatto a immagine di Dio, non si comportò in modo da tentare di divenire uguale a Dio per rapina, ma anzi annichilì se stesso sino a diventare il servo di Dio, assumendo l’aspetto del servo ubbidiente predetto da Isaia.

II strofa

Secondo il parallelismo ebraico, il medesimo concetto è ripetuto una seconda volta: Yeshùa era davvero un figlio dell’uomo, un uomo che (al pari di Set) aveva la stessa forma e la stessa immagine di Adamo, era pienamente uomo. Tuttavia, volle abbassarsi e divenire ubbidiente come servo di Dio sino alla morte.

III strofa

Proprio per questo, Dio l’ha elevato al di sopra di ogni essere, dandogli il nome (che in senso biblico significa la realtà) per essere superiore ad ogni creatura. Nella Scrittura il nome indica la realtà, la sostanza. Dargli il nome significa qui dargli il dominio su tutto.

IV strofa

Così, davanti a lui deve piegarsi ogni creatura sia in cielo sia sulla terra sia negli inferi. Anche qui, il parallelismo (amato dagli ebrei) ripete il concetto della strofa precedente. Ogni lingua deve così confessarlo come Signore, ma sempre alla gloria del Dio uno e unico.

   Anche in quest’ultima strofa si noti la superiorità del Padre sopra Yeshùa.

   Dopo questo accurato e approfondito esame dobbiamo concludere che non si parla della preesistenza di Yeshùa alla sua vita sulla terra, ma solo della missione che Yeshùa ebbe su questa terra e del modo in cui egli ubbidì a Dio, sino alla morte.

   Adamo volle farsi uguale a Dio e così perse ogni suo privilegio, attirando la morte e la rovina su di sé e su tutto il genere umano. Yeshùa, secondo Adamo, anche di fronte alla tentazione satanica non volle farsi uguale a Dio, ma con la sua ubbidienza, resa eroica con la morte, meritò la gloria e la salvezza per sé e per il genere umano, alla gloria di Dio.

   Adamo disubbidendo tentò di divenire pari a Dio nell’autodeterminarsi e nel conoscere il bene e il male: “Sarete come Dio, avendo la conoscenza del bene e del male” (Gn 3:5). Ma anziché elevarsi a Dio, decadde.

   Yeshùa riuscì a elevarsi nel suo rapporto con Dio, che lo pose alla sua destra, con la sua ubbidienza. Yeshùa avrebbe potuto conquistare il mondo intero senza soffrire: “Il diavolo lo portò con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria, dicendogli: ‘Tutte queste cose ti darò’” (Mt 4:8,9). Con le doti che aveva avrebbe potuto ridurre tutta l’umanità ai suoi piedi, ma questo sarebbe stato un rapinare Dio del suo diritto al dominio, un farsi uguale a Dio per “rapina”.

   Yeshùa ottenne di sedere alla destra di Dio e di divenire il Signore di ogni cosa con la via dell’umiliazione e della morte. Questo esempio diviene luminoso per noi. Noi pure, anziché esaltarci per il nostro capriccio, dobbiamo metterci al servizio degli altri. L’esaltazione ci verrà da Dio. “Chiunque si innalzerà sarà abbassato e chiunque si abbasserà sarà innalzato”. – Mt 23:12.