Timòteo ed Epafròdito

 

Spero nel Signore Gesù di mandarvi presto Timoteo” (2:19. Paolo confida che Yeshùa guiderà bene ogni cosa, in modo che egli potrà mandare al più presto Timoteo dai filippesi con buone notizie a suo riguardo (cfr. 1:25,26;2:24). Si noti il “mandarvi” con il dativo riferito a Timoteo, a differenza del pros più accusativo usato nel caso di Epafròdito. Questa sottigliezza è del tutto persa nella traduzione, ma qui vogliamo evidenziarla.

Traduzione italiana convenzionale (TNM)

2:19 “Spero nel Signore Gesù di mandarvi presto Timoteo”
2:25 “Considero necessario mandarvi Epafrodito”

Come si vede, non appare nessuna differenza: “mandarvi” in tutte e due i casi. Ma nel greco la differenza c’è.

Testo greco originale

2:19

πέμψαι ὑμῖν

pèmpsai ümìn

dativo

“mandare a voi

2:25

πέμψαι πρὸς ὑμᾶς

pèmpsai pros ümàs

pros + accusativo

“mandare da voi

   Il dativo del v. 19 è un dativo di vantaggio. Timoteo viene mandato da Paolo a vantaggio dei filippesi. Epafròdito viene invece mandato pros, “presso” di loro, vale a dire a Filippi come a casa propria.

   Nel caso di Timoteo, Paolo spera che i filippesi lo rimandino con buone notizie: “Mandarvi presto Timoteo per essere io pure incoraggiato nel ricevere vostre notizie” (v. 19). E anche qui le traduzioni non ci fanno gustare le sottigliezze: “Affinché io sia un’anima allegra quando saprò le cose che vi riguardano” (v. 19, TNM). A parte la bizzarria dell’“anima allegra” (il greco ha εὐψυχῶ, eupsüchò, “mi sento bene”), il greco ha dei tempi diversi.

εὐψυχῶ

eupsüchò

“mi sento bene”

presente

γνοὺς

ghnùs

“avente saputo”

participio aoristo

Dopo aver saputo, Paolo si rallegra

   Al v. 20 inizia l’elogio di Timoteo: “Non ho nessuno di animo pari al suo che abbia sinceramente a cuore quel che vi concerne”. Il pericolo di lavorare per proprio tornaconto può infiltrarsi anche tra i predicatori: “Tutti cercano i loro propri interessi, e non quelli di Cristo Gesù” (v. 21). Ma non è il caso di Timoteo che, invece, “ha dato buona prova di sé, perché ha servito con” Paolo “la causa del vangelo, come un figlio con il proprio padre” (v. 22). I filippesi conoscevano già di persona Timoteo, il quale era già stato da loro per ben tre volte (At 16:13;19:22;20:3). Di fatto, Timoteo servendo (come uno “schiavo”, perché questo è il senso del verbo greco) per la diffusione della buona notizia, ha cercato di assomigliare a Paolo come un buon figlio fa con il proprio padre.

   Si noti che da questi versetti sembra che Paolo non fosse molto lontano da Filippi, poiché suppone la possibilità di una rapida andata di Timoteo in quella città e di un suo ritorno non lontano. Ciò farebbe propendere per la prigionia di Paolo a Efeso. Non è tuttavia una cosa sicurissima, come si è già visto.

   Al v. 25 abbiamo: “Ho ritenuto necessario mandarvi Epafròdito”. In greco, quel “mandarvi” è – come abbiamo già notato – un mandare presso. Ma qui c’è da sottolineare un’altra particolarità: il tempo è l’aoristo, tempo del passato che letteralmente dà al verbo il significato di “vi ho mandato”. Si tratta di un modo di esprimersi epistolare. La lettera di Paolo sarebbe arrivata insieme a Epafròdito, quindi i filippesi leggendola potevano sentirsi dire: “Vi ho mandato” perché Epafròdito era già lì da loro.

   Per Paolo, Epafròdito era un “fratello” e un “compagno di lavoro e di lotta” (v. 25). Per i filippesi era un “inviato” (TNM), un apòstolos (v. 25) incaricato di fare da messaggero (greco ànghelos, “angelo”) per recare a Paolo gli aiuti inviati dalla congregazione per sopperire ai suoi bisogni. Ignoriamo quanto Epafròdito abbia collaborato con Paolo. Probabilmente collaborò con lui all’inizio dell’evangelizzazione di Filippi. Letteralmente, al posto del fantasioso e bizzarro “servitore personale” (v. 25) di TNM – tradotto “ministro” da Diodati e non tradotto proprio da altre versioni – il greco ha “ministro liturgico” (λειτουργὸν, leiturgòn). Perché questa particolarità che le traduzioni non sanno cogliere? Per il fatto che l’offerta inviata a Paolo dalla congregazione tramite Epafròdito è presentata come un atto sacerdotale liturgico, divenendo così un sacrificio spirituale dei credenti: “Non lo dico perché io ricerchi i doni; ricerco piuttosto il frutto che abbondi a vostro conto”. – 4:17.

   Ai vv. 26 e 27 si parla di una malattia di Epafròdito. Quale sia stata questa malattia non è indicato. Doveva però essere qualcosa di serio, dato che era “ben vicino alla morte” (v. 27). Questa malattia doveva implicare anche qualcosa di psicologico, dato che Paolo aveva “ritenuto necessario” (v. 25) rimandarlo a Filippi perché “egli aveva un gran desiderio” (v. 26) di rivedere le persone che gli erano care “ed era preoccupato perché” loro avevano “saputo della sua malattia” (v. 26). Anche questa rapidità con cui Epafròdito e i filippesi sapevano l’uno degli altri e viceversa milita a favore della prigionia di Paolo in una località non eccessivamente distante da Filippi.

   Paolo mostra grande sollecitudine verso Epafròdito. Si noti che Paolo non usa i doni carismatici per guarirlo. Segno che a quel tempo la guarigione miracolosa non era più praticata. Infatti, nella lista di Ef 4:11 essa manca tra i doni dello spirito santo. Si paragonino le liste tra il tempo della lettera ai corinti (circa nel 50-51) e quello della lettera agli efesini (circa nel 56-58):

1Cor 12:28

Ef 4:11

“E Dio ha posto nella chiesa in primo luogo degli apostoli, in secondo luogo dei profeti, in terzo luogo dei dottori, poi miracoli, poi doni di guarigioni, assistenze, doni di governo, diversità di lingue”. “È lui [Yeshùa] che ha dato alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e dottori”.

Doni dello spirito che cessarono

   Paolo cerca solo di inviare il convalescente a casa sua il più presto possibile.  Si veda come al v. 27 la guarigione è riferita alla misericordia divina: “Dio ha avuto pietà di lui”.

   Tale misericordia investe anche Paolo, che aveva già tanti dolori da sopportare: “Dio ha avuto pietà di lui; e non soltanto di lui, ma anche di me, perché io non avessi dolore su dolore” (v. 27). Dio, infatti, non permette mai che uno sia provato al di là dei suoi limiti e Dio stesso dona, all’occasione, la forza di sopportare: “Nessuna tentazione vi ha còlti, che non sia stata umana; però Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze; ma con la tentazione vi darà anche la via d’uscirne, affinché la possiate sopportare”. – 1Cor 10:13.

   Paolo raccomanda che Epafròdito sia stimato e accolto con gioia perché aveva quasi sacrificato la propria vita per l’opera di Yeshùa: “Accoglietelo dunque nel Signore con ogni gioia e abbiate stima di uomini simili; perché è per l’opera di Cristo che egli è stato molto vicino alla morte” (vv. 29 e 30). Ma questa non era l’unica ragione. Epafròdito aveva anche “rischiato la propria vita per supplire ai servizi che” i filippesi stessi non avevano potuto rendere a Paolo stando con lui. – V. 30.