Valutazione dell’ipotesi che ritiene l’umanità redenta

nel momento stesso della morte e resurrezione storiche di Yeshùa

 

   Già scartata la prima ipotesi (cfr. studio precedente), che dire della seconda? Di certo suggestiva, ma in essa si minimizza troppo il valore di altri passi, sempre biblici, che collegano la morte e la resurrezione del credente non solo alla morte e resurrezione di Yeshùa, ma anche al battesimo. In questa seconda ipotesi si minimizza troppo il simbolismo morte-resurrezione insito nel rito battesimale immersione-emersione.

   Perché questi fatti vengono minimizzati? Il Dacquino ne dà le motivazioni. E noi vogliamo passarle al vaglio.

   Una ragione per minimizzare la forma battesimale d’immersione-emersione sta nelle variazioni liturgiche che si attuarono all’inizio dell’epoca “cristiana”. Se fosse stato così essenziale per il simbolismo – sostiene il Dacquino – quel rito non sarebbe stato mutato. Già nella Didachè (1° secolo) si mostrerebbe che il rito non aveva poi una portata così decisiva. Scrive il Dacquino: “Sarebbe ben strano che proprio il rito dell’immersione ed emersione battesimale sia caduto così presto in disuso se fosse stato visto come un rito veramente efficace nei confronti di questa nostra pretesa morte e resurrezione al momento del battesimo. Esso invece fu sempre sentito come un rito accessorio e secondario”. – Ibidem, pag. 253.

   Questa tesi viene rinforzata riferendosi alle più antiche raffigurazioni di riti battesimali e dalla scarsa profondità di alcune antiche vasche battesimali, incapaci di accogliere un’immersione completa del battezzando. Queste asserzioni sono però contraddette da studiosi di antica archeologia, che documentano l’immersione completa dei battezzandi dai primi secoli fino alla fine del 12° secolo (E. Ferguson, Baptism from the Second to the Fourth Century; B. Bagatti, L’archeologia cristiana in Palestina). Anche le vasche battesimali rinvenute a Nazaret hanno sette gradini per scendervi, confermando la possibilità di un’immersione totale.

   In quanto alla testimonianza della Didachè, essa è molto discutibile e non può servire a documentare l’uso dell’infusione (anziché dell’immersione) nel 1° secolo. Didachè 7,2-4 dice chiaramente: “Se non vi è acqua sufficiente, versa tre volte sul capo in nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”, ma la sua autenticità è parecchio discutibile. Sebbene la Didachè venga fatta risalire al 1° secolo, dobbiamo però ricordare che il suo testo si trova in un solo manoscritto completo che risale al 1056 e che fu scoperto nel 1883. I frammenti greci rinvenuti in seguito (nel 1922 e nel 1924) non riguardano la pericope sul battesimo. Il fatto che la pratica per infusione sia stata introdotta solo molto tardivamente e il fatto che in qualche caso fu malvista dalla Chiesa Cattolica fanno sospettare che le parole della Didachè siano una interpolazione tardiva infiltratasi nel testo originario. È infatti opinione comune degli studiosi che il testo attuale della Didachè (compreso quello sul battesimo) sia stato riveduto e corretto secondo precisi scopi liturgici adattandolo alla situazione ecclesiastica posteriore. Perfino il domenicano J. P. Audet, autore del più stimato studio sulla Didachè, pone il passo di 7,2-4 citato sopra tra parentesi, segnalando così il dubbio sull’autenticità.

   Un’altra ragione addotta dal Dacquino è che l’idea del battesimo come identificazione con la morte e resurrezione di Yeshùa non appare nei primi secoli della Chiesa ed è quindi estraneo alla teologia patristica. I primi padri, al dire del Dacquino, essendo più vicini alla sorgente apostolica, avrebbero compreso meglio dei loro successori il messaggio biblico riguardante il battesimo.

   Intanto va detto che questo non vale per proprio tutti gli antichi “padri”. In Ambrogio l’idea è presente. Si deve poi osservare che l’assenza di un vero canone biblico completo prima del 150 ebbe un effetto funesto perché impedì a quei primi cosiddetti padri una meditazione efficace del messaggio biblico. Gli scrittori anteriori sono più influenzati dalla speculazione pagana che dalla parola ispirata di Dio. È poi un fatto che non solo su questo punto, ma anche su molti altri il paolinismo non esercitò un influsso considerevole nel primo secolo. Si tratta senza dubbio di un fenomeno molto strano che meriterebbe uno studio più approfondito, ma intanto rimane il fatto. Qualche studioso ha ipotizzato che la venerazione per Paolo esistente presso qualche gruppo eretico abbia potuto indurre gli ortodossi a usare con cautela le lettere paoline.

   Ad ogni modo la “sepoltura” nel battesimo per immersione è ricordata con frequenza dagli scritti dei padri anteniceni e postniceni. I padri dicono che il battesimo è un “bagno”, chiamandolo proprio λουτρόν (lutròn), “bagno”. Essi parlano esplicitamente di “immersione” (Giustino, I Apologia 61,3.10.12; 62,1; 66,1) e dicono che i battezzandi sono “immersi tre volte nell’acqua”. – Tertulliano, De corona militis 3 PL.

   C’è poi da dire che il concetto di nuova nascita che avviene con il battesimo include già di per sé l’idea di morte alla vita precedente. Nel caso di una nascita naturale è evidente che chi nasce non esisteva prima e quindi non aveva una vita precedente, ma nel caso della nuova nascita il battesimo si attua su una persona preesistente che prima era schiava del peccato. Perché quella persona nasca alla vita divina occorre che cessi la sua vita peccaminosa anteriore.

   In ogni caso, non dobbiamo cadere nell’errore di credere che per capire la Bibbia ci servano le meditazioni posteriori su di essa. Certo possono essere utili, ma alla fine non giovano molto per capire il vero pensiero biblico. Cosa ci serve allora per conoscere bene la Scrittura? Ci serve l’esame accurato della Scrittura e ci serve il conoscere bene il pensiero ebraico con cui essa fu scritta.

   Un altro argomento del Dacquino è che Paolo usa l’aoristo per la con-sepoltura con Yeshùa. Vediamo il testo biblico: “Siamo dunque stati sepolti con lui mediante il battesimo nella sua morte” (Rm 6:4). Il verbo greco è:

Rm 6:4

συνετάφημεν (sünetàfemen)

“siamo stati consepolti”

   Il verbo συνετάφημεν (sünetàfemen) è al tempo aoristo, che in greco indica l’azione puntuale avvenuta una sola volta nel tempo.

   Nel caso di Yeshùa è semplicemente ovvio che la sua sepoltura avvenne una sola volta nel passato. Ma, dice il Dacquino, il fatto che i discepoli siano stati “con-sepolti” fa pensare al giorno stesso della sepoltura di Yeshùa, dato che Paolo usa l’aoristo e quindi indica quella sola volta nel tempo. Paolo si riferisce a quel giorno e – dice sempre il Dacquino – non al giorno del battesimo del credente (che avviene in un giorno diverso e successivo al giorno della morte di Yeshùa); se fosse diversamente, dovremmo supporre che Yeshùa muoia continuamente nel corso dei secoli ogni volta che qualcuno è battezzato. Tutto ciò in virtù di quell’aoristo.

   Osserviamo che innanzitutto occorrerebbe dimostrare perché mai quell’aoristo non possa riferirsi al battesimo ma debba collegarsi al giorno della morte di Yeshùa. Come la morte e la resurrezione di Yeshùa sono avvenute una sola volta nella pienezza dei tempi, così anche il battesimo del credente (che ad esse lo unisce) avviene una volta sola. E avvenne precisamente nel passato per i discepoli cui Paolo scriveva, per cui doveva usare proprio l’aoristo (che è appunto il tempo dell’azione compiuta e circoscritta).

   In più, l’atto così importante del battesimo, che segnava una svolta decisiva nella vita umana, doveva essere sempre nel subcosciente di Paolo anche in un contesto non battesimale. I passi biblici citati dal Dacquino sono da lui trattati con troppa leggerezza quando vi nega un contesto battesimale. Ad esempio, Col 2:13,20;3:1-3 sono passi collegati direttamente al battesimo; infatti, in 2:12 vi si legge: “Siete stati con lui sepolti nel battesimo, nel quale siete anche stati risuscitati”, il che costituisce la chiave per l’esatta valutazione. Anche Gal 2:20 ha non solo: “Sono stato crocifisso con Cristo”, ma ha pure: “Cristo vive in me”. Il che si spiega solo con Gal 3:27: “Voi tutti che siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo”. In Ef 2:5 si legge: “Quando eravamo morti nei peccati, ci ha vivificati con Cristo”, il che si riferisce ad un tempo posteriore alla morte e resurrezione di Yeshùa, ad un tempo in cui i fedeli ancora vivevano “nei peccati”, da cui furono purificati morendo e resuscitando con Yeshùa, il che si può spiegare solo con il battesimo.

   Il Dacquino offre poi una sua versione di Rm 6:5: “Se com’è vero siamo divenuti personalmente partecipi, e restiamo tali, di una morte uguale alla sua, tanto più lo saremo anche di una risurrezione uguale alla sua” (Dacquino, Ibidem, pag. 248). Ma questa traduzione non pare davvero esatta, poiché si traduce con “uguale” il vocabolo greco ὁμοίωμα (omòioma), numero Strong 3667, che significa: “Quello che è fatto nella somiglianza di qualcosa; una figura, immagine, somiglianza, rappresentazione; in modo che sia quasi uguale o identico” (Vocabolario del Nuovo Testamento). Omòioma va inteso in modo concreto (“immagine”, “riproduzione”) e non astratto (“uguale”). Per di più si tratta di un sostantivo, non di un aggettivo. Il senso del passo è che mediante il battesimo (che è “immagine” o “riproduzione” della morte e resurrezione di Yeshùa) noi veniamo innestati al Cristo e riceviamo il diritto di partecipare alla sua resurrezione. Dato che questa resurrezione personale è ancora futura, Paolo a ragion veduta usa il futuro: “Saremo”. NR commette lo stesso errore di traduzione: “Se siamo stati totalmente uniti a lui in una morte simile alla sua, lo saremo anche in una risurrezione simile alla sua”, con la sola trascurabile differenza che usa “simile” invece di “uguale”. Se non è zuppa, è pan bagnato per TNM che traduce: “Se siamo stati uniti a lui nella somiglianza della sua morte, certamente saremo anche [uniti a lui nella somiglianza] della sua risurrezione”. Il greco ha

εἰ γὰρ σύμφυτοι γεγόναμεν τῷ ὁμοιώματι τοῦ θανάτου αὐτοῦ

èi gar sΰmfütoi ghegònamen to omoiòmati tu thanàtu autù

se infatti innestati siamo stati per la immagine della morte di lui

   La traduzione esatta è quindi: “Se per l’immagine [τῷ ὁμοιώματι (to omoiòmati)] siamo divenuti partecipi della sua morte, così saremo [partecipi] pure della sua resurrezione”.

   Il Dacquino afferma che non si può riferire ὁμοίωμα (omòioma) al rito battesimale d’immersione (= sepoltura), poiché “questo senso non è possibile nella seconda parte del v. 5 nei confronti della resurrezione, affermata ancora futura; tanto meno sembra accettabile nella prima” (Ibidem, pag. 249). Ma va notato che nella seconda parte del versetto riguardante la resurrezione non vi si trova affatto la parola ὁμοίωμα (omòioma). Commette un errore il Dacquino quando supplisce a questa mancanza nel testo biblico aggiungendo di suo “uguale” nella seconda parte del versetto: “Se com’è vero siamo divenuti personalmente partecipi, e restiamo tali, di una morte uguale alla sua, tanto più lo saremo anche di una risurrezione uguale alla sua” (Rm 6:5, traduzione di Dacquino; il corsivo è aggiunto). In questo senso è più corretta TNM che mette il secondo termine tra parentesi quadre (indicando così che quanto tra esse scritto non appartiene al testo biblico), pur mostrando con questa inserzione di non comprendere il significato del testo: “Se siamo stati uniti a lui nella somiglianza della sua morte, certamente saremo anche [uniti a lui nella somiglianza] della sua risurrezione”. Il testo biblico va letto con cura, senza saltare frettolosamente a interpretazioni che poi si mostrano svianti:

Rm 6:5

5a

εἰ γὰρ σύμφυτοι γεγόναμεν τῷ ὁμοιώματι τοῦ θανάτου αὐτοῦ

èi gar sΰmfütoi ghegònamen to omoiòmati tu thanàtu autù

se infatti innestati siamo stati per la immagine della morte di lui

5b

ἀλλὰ καὶ τῆς ἀναστάσεως ἐσόμεθα

allà kài tes anastàseos esòmetha

ma anche della resurrezione saremo

“Se per l’immagine siamo divenuti partecipi della sua morte,

così saremo [partecipi] pure della sua resurrezione”.

   Se si esamina bene il testo, si nota che τῷ ὁμοιώματι (to  omoiòmati) si riferisce solo alla morte che già si è attuata nel battesimo “per immagine”. La resurrezione quando avverrà si attuerà non per immagine ma nella realtà. Siccome qui si parla di questa resurrezione reale ancora futura, è logico che Paolo usi il futuro. Si rilegga bene il testo paolino poggiando su quel “se infatti” (εἰ γὰρ, èi gar) e su quel “ma anche” (ἀλλὰ καὶ, allà kài), e si ritroverà tutta la freschezza e la vivacità della genuina convinta asserzione di Paolo: Infatti, se fummo partecipi della sua morte (e lo fummo con l’immersione per l’immagine o segno di questa immersione), ma (allora) saremo anche partecipi della sua resurrezione!

   La nascita è il modo in cui l’individuo s’innesta nella personalità corporativa costituita dal capostipite e dai suoi discendenti. La nascita in se stessa però ne resta esclusa. La nascita è qualcosa di personale che deve essere necessariamente attuata dall’individuo. Solo dopo la nascita, e non prima, si attribuiscono all’individuo già nato le prerogative del capostipite.

   La nascita naturale avviene per volere divino attraverso la concezione da parte dei genitori; così Dio stabilì all’inizio della storia umana: “Siate fecondi e moltiplicatevi” (Gn 1:28). Nel momento della concezione non vi è alcuna solidarietà con Adamo, che fu creato da Dio immediatamente, senza padre e madre terreni. Ma con la nascita si attribuiscono alla persona nata, in conseguenza della colpa di Adamo con cui l’essere umano è solidale, una vita destinata a perire con la morte, una volontà e un’intelligenza non più perfette ma deteriorate dalla concupiscenza. Dato che il neonato o la neonata eredita dai genitori un corpo non più perfetto ma soggetto alla malattia e alle tare ereditarie, egli o ella ne resta pure condizionato, nella sua volitività e intelligenza, per cui il neonato o la neonata non rispecchia più perfettamente l’ideale cui Dio aveva chiamato l’umanità.

   Ora per volere di Dio la nostra nascita spirituale si attua con la fede e il ravvedimento coronato dall’ubbidienza battesimale, che appunto per questo riproduce in sé l’ubbidiente morte di Yeshùa premiata poi con la sua gloriosa resurrezione. Dopo tale innesto a Yeshùa mediante la riproduzione (“per immagine”) di ciò che fu l’atto essenziale del Messia (la sua morte) ha inizio la personalità corporativa del credente: ciò che è Yeshùa diviene anche proprio del credente battezzato. Sua è la vita immortale di Yeshùa destinata a perpetuarsi con Dio; suo lo spirito santo che elimina la debolezza dell’attuale vita nella carne; sua la regalità del Cristo; suo il sacerdozio di lui. Ma l’atto della nascita (il ‘nascere di nuovo’ di TNM in Gv 3:3, che nel testo greco è ‘l’essere generato dall’alto’), che è preceduto dalla morte della vecchia persona legata al mondo (Rm 6:6), esula da questa legge della personalità corporativa come esulava pure da quella con Adamo. Yeshùa teoricamente è morto per tutta l’umanità, ma in realtà è morto solo per coloro – pochi in relazione a tutta l’umanità, molti rispetto ad un altro punto di vista – che in lui rinasceranno mediante l’ubbidienza battesimale facendo così propria la morte e la resurrezione di Yeshùa: “Per dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti”. – Mt 20:28.

“Come con una sola trasgressione la condanna si è estesa a tutti gli uomini, così pure, con un solo atto di giustizia, la giustificazione che dà la vita si è estesa a tutti gli uomini. Infatti, come per la disubbidienza di un solo uomo i molti sono stati resi peccatori, così anche per l’ubbidienza di uno solo, i molti saranno costituiti giusti”. – Rm 5:18,19.

   Per il neonato e la neonata, la volontà salvifica di Dio si applica automaticamente perché non vi è in lui o in lei alcuna disposizione volitiva contraria. Ma per l’adulto o l’adulta che volontariamente ha peccato si esige pure una nuova nascita volontaria, tramite la fede coronata dal ravvedimento e dall’obbedienza battesimale. Se i teologi cattolici capissero questo punto, troverebbero l’unica via per liberarsi dall’impaccio in cui si sono messi proclamando la necessità del battesimo per la salvezza anche dei bimbi.