Giovanni usa la forma epistolare sia all’inizio del suo scritto che alla fine, quando saluta: “Giovanni, alle sette chiese che sono in Asia” (Ap 1:4), “La grazia del Signore Gesù sia con tutti” (Ap 22:21). Per ciò che è tradotto “chiese” Giovanni usa la parola greca ἐκκλησία (ekklesìa), che corrisponde al concetto ebraico di popolo di Dio che troviamo nelle Scritture Ebraiche, ovvero a un gruppo di persone convocate (cfr. Nm 20:8; Dt 4:10;33:4). La parola italiana “chiesa” deriva dal greco ekklesìa, vocabolo composto da ek (“fuori”) e da kalèo (“chiamare”), riferendosi a un gruppo di persone chiamate fuori (dal mondo) e convocate. La parola non è certo riferita a un edificio, ma piuttosto alle persone. Meglio quindi parlare di congregazione, visto il termine equivoco di chiesa. Il popolo di Dio esiste ovunque si radunino persone che invocano Dio e confessano che Yeshùa è il Messia, il suo Cristo. Il termine ekklesìa si applica tanto a una congregazione o comunità locale (Rm 16:1,5,23; 1Cor 1:2) quanto all’intesa associazione mondiale dei credenti. – Gal 1:13; Ef 1:22,23; Col 1:18.

   Giovanni scrive perciò al popolo di Dio che si trova nelle sette comunità della provincia romana dell’Asia proconsolare che menziona in Ap 1:11: “Alle sette chiese: a Efeso, a Smirne, a Pergamo, a Tiatiri, a Sardi, a Filadelfia e a Laodicea”.

   Perché sette? In quella regione c’erano altre comunità; ad esempio, Colosse, solo per nominarne una. Il numero 7, come abbiamo visto, è molto ricorrente in Ap. Nel mondo antico e nella Bibbia indicava la pienezza della santità. Con questo numero simbolico, la rivelazione apocalittica è quindi rivolta all’intero popolo di Dio.

   Nel suo saluto iniziale (Ap 1:4) Giovanni non si attiene però alla formula greca per iniziare una lettera, ma usa la formula orientale come fa Paolo oppure Giacomo: “Giacomo, servo di Dio e del Signore Gesù Cristo, alle dodici tribù che sono disperse nel mondo: salute” (Gc 1:1). La formula orientale menziona prima di tutto il mittente, poi il destinatario e subito dopo un saluto augurale. Si noti come inizia le lettere Paolo, seguendo questa formula (citiamo due esempi):

 

Formula

Rm 1:1-6, passim

1Cor 1:1-3, passim

Mittente

Paolo, servo di Cristo Gesù . . . Paolo . . .

Destinatario

. . . a quanti sono in Roma . . . . . . alla chiesa di Dio che è in Corinto . . .

Auguri

. . . grazia a voi e pace da Dio nostro Padre, e dal Signore Gesù Cristo.

. . . grazia a voi e pace da Dio nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo.

 

Giovanni fa lo stesso:

 

Formula

Ap 1:4,5

Mittente

Giovanni,

Destinatario

alle sette chiese che sono in Asia:

Auguri

grazia a voi e pace da colui che è, che era e che viene, dai sette spiriti che sono davanti al suo trono e da Gesù Cristo, il testimone fedele, il primogenito dei morti e il principe dei re della terra

 

   Sebbene il saluto ricalchi il modello in uso in oriente, nella parte augurale di Giovanni c’è qualcosa di nuovo. Il binomio “grazia e pace” (Ap 1:5) si trova anche all’inizio delle lettere paoline, nei saluti augurali: “Grazia a voi e pace da Dio nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo” (Rm 1:7; 1Cor 1:3; 2Cor 1:2; Gal 1:3; Ef 1:2; Flp 1:2; ecc.). La novità in Giovanni è che egli sceglie un’espressione tripartita.

 

 

“Grazia e pace da”

(Formula)

Paolo (in due parti)

Giovanni (in tre parti)

1a parte

da Dio nostro Padre

da colui che è, che era e che viene,

2a parte

e dal Signore Gesù Cristo

dai sette spiriti che sono davanti al suo trono

3a parte

e da Gesù Cristo

 

   Dio è chiamato da Giovanni “colui che è, che era e che viene”. Ciò riprende e amplia la definizione che Dio stesso diede di sé in Es 3:14: “Io sono colui che sono”. La traduzione “colui che è” corrisponde al greco del testo originale ὁ ὢν (o òn), “l’essente”, che è esattamente il modo in cui la LXX greca tradusse Es 3:14. Con l’espressione “colui che è, che era e che viene” è indicato chiaramente l’Iddio d’eternità (Sl 90:2). Nella sua grandiosa grandezza, il nome di Dio non si può declinare, perché Dio è immutabile e vive nel tempo eterno in cui tutto è presente senza distinzione tra passato e futuro. Dio è immutabile ma non immobile, quindi non è detto che sarà ma che “viene”. In questo “viene”, pregnante di certezza e di speranza e di ammonizione tutte insieme, è sintetizzato il tema di tutto il libro, che tratta della venuta di Dio alla fine dei tempi.

   All’indicazione della fonte della grazia e della pace, oltre a Dio e a Yeshùa, menzionati sia da Paolo che da Giovanni, il veggente di Patmos aggiunge anche i “sette spiriti che sono davanti al suo trono”, al seggio di Dio. Nel resto della Bibbia si parla di un solo spirito. Qui sono sette. Giovanni non si riferisce però a quanto detto in Is 11:2, in cui sono menzionate sei caratteristiche dello spirito di Dio. Siamo nel genere apocalittico e Giovanni si riferisce indirettamente alla credenza dei babilonesi negli astri: nella Babilonia, il sole e la luna e i cinque pianeti conosciuti erano venerati come divinità che determinavano il corso del tempo. Questa concezione babilonese è rimasta nei nomi dei giorni della settimana, riferiti appunto al sole (Sunday), alla luna, a Marte, a Mercurio, a Giove, a Venere e a Saturno (Saturday).  Per il popolo di Israele, gli astri non erano divinità ma creature di Dio (cfr. Gn 1:14-19) sottomesse al suo servizio. Il giudaismo non parlava di sette astri ma di sette angeli, come si nota nel libro non canonico di Tobia, dove, in 12:15, Raffaele dice di essere “uno dei sette angeli che sono sempre pronti ad entrare alla presenza della maestà del Signore”. Lo si noti: i sette angeli “sono sempre pronti ad entrare alla presenza della maestà del Signore”, così come i “sette spiriti che sono davanti al suo trono”. Giovanni non sapeva neppure, perché non poteva saperlo, che i sette angeli del giudaismo erano stata la risposta ebraica alla concezione babilonese: per i pagani quei sette astri governavano il tempo e gli eventi, e i giudei li ridussero a creature angeliche al comando di Dio. Si noti come l’antica concezione traspare in Ap 3:1: “Queste cose dice colui che ha i sette spiriti di Dio e le sette stelle”. E anche in Ap 4:5: “Davanti al trono c’erano sette lampade accese, che sono i sette spiriti di Dio”, qui, non si tratta semplicemente di “lampade accese”, come semplifica NR, ma di lampade πυρὸς καιόμεναι (pyròs kaiòmenai), “di fuoco ardenti”, come gli astri luminosi, appunto. Si noti anche Ap 5:6, in cui si parla dei “sette spiriti di Dio, mandati per tutta la terra”, “mandati” come messaggeri, angeli, appunto.

   I “sette spiriti” esprimono quindi la pienezza (sette) dello spirito di Dio, della sua santa energia attiva.

   Il nome di Yeshùa, nell’indicazione della fonte di “grazia e pace”, viene al terzo posto. Nella Bibbia non c’è assolutamente traccia della dottrina trinitaria che si sviluppò nei secoli successivi con l’apostasia. Sarebbe quindi un errore assumere la ripartizione tripartita di Giovanni per cogliervi ciò che non c’è. È più probabile che all’espressione giudaica che parlava di Dio e degli spiriti sia stato aggiunto un terzo elemento: il Messia di Dio.

   Circa il nome di Yeshùa, vanno notati i tre predicati: “Gesù Cristo, [1] il testimone fedele, [2] il primogenito dei morti e [3] il principe dei re della terra” (Ap 1:5). Nella successione, ciò esprime il credo della prima chiesa: 1. Morto, 2. Risuscitato e 3. Glorificato. Nella Bibbia, tre è anche il numero dell’enfasi. Più in particolare:

  1. Testimone. “Io sono nato per questo, e per questo sono venuto nel mondo: per testimoniare della verità”. – Gv 18:37.

Fedele. “Cristo Gesù che rese testimonianza davanti a Ponzio Pilato con quella bella confessione di fede” (1Tm 6:13)  mantenne la sua testimonianza fino alla morte.

  1. Primogenito dei morti. “Cristo è stato risuscitato dai morti, primizia di quelli che sono morti” (1Cor 15:20). “Egli è prima di ogni cosa e tutte le cose sussistono in lui”. – Col 1:18.
  2. Glorioso. “Ogni potere mi è stato dato in cielo e sulla terra” Mt 28:19 “Ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore, alla gloria di Dio Padre” Flp 2:11). Dio “lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla propria destra nel cielo, al di sopra di ogni principato, autorità, potenza, signoria e di ogni altro nome che si nomina non solo in questo mondo, ma anche in quello futuro. Ogni cosa egli ha posta sotto i suoi piedi e lo ha dato per capo supremo alla chiesa”. – Ef 1:20-22.

   Nel suo saluto iniziale Giovanni, augurando “grazia e pace”, porta il suo saluto al culmine conclusivo menzionando Yeshùa. Tutta la chiesa di Yeshùa può rimanere fiduciosa durante tutti i terrificanti eventi del tempo della fine e perseverare con fedeltà: Yeshùa è stato costituito da Dio Signore dei signori!

   A quanto punto, Giovanni non può che lasciarsi andare a una lode che sgorga dalla commozione: “A lui che ci ama, e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno e dei sacerdoti del Dio e Padre suo, a lui sia la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen” (Ap 1:5,6). Anche in questa lode, Giovanni mantiene la sua impostazione matematica, dividendo la lode in tre elementi, così che tramite il 3 viene enfatizzata: 1. “Ci ama”, 2. “Ci ha liberati dai nostri peccati”, 3. “Ha fatto di noi un regno e dei sacerdoti”.

   Prima di tutto è menzionato l’amore di Yeshùa, tema particolarmente prediletto da Giovanni (cfr. le tre lettere giovannee). L’amore di Yeshùa si è manifestato nel dono di sé: ‘il Figlio di Dio ci ha amato e ha dato se stesso per noi’ (Gal 2:20), “Ha dato se stesso per noi in offerta e sacrificio a Dio” (Ef 5:2), “Cristo ha amato la chiesa e ha dato se stesso per lei”. – Ef 5:25.

   La nostra liberazione dai peccati avviene per riscatto. In conseguenza dei nostri peccati, infatti, avevano un enorme debito nei confronti di Dio, debito da noi sottoscritto in una nota di debito (il χειρόγραφον, cheirògrafon, documento scritto a mano – cfr. Col 2:14) che abbiamo come firmato. Yeshùa “ha cancellato il documento a noi ostile . . . e l’ha tolto di mezzo, inchiodandolo sulla croce” (Col 2:14). Ha pagato al posto nostro, riscattandoci.

   Non solo ci ha riscattato dai peccati pagando al posto nostro, ma ci ha talmente amato che “ha fatto di noi un regno e dei sacerdoti del Dio e Padre suo” (Ap 1:6). Si noti, contro la dottrina trinitaria, che Dio è chiamato Dio di Yeshùa glorificato. Con Yeshùa si adempie l’antica promessa fatta da Dio a Israele: “Mi sarete un regno di sacerdoti, una nazione santa” (Es 19:6). La chiesa di Cristo, “Israele di Dio” (Gal 6:16), è rivestita di autorità regale e di purezza sacerdotale. Al momento la chiesa è solo un gruppo di persone soggette alle persecuzioni e alle sofferenze, ma esse “regneranno sulla terra” (Ap 5:10) “e regneranno nei secoli dei secoli”. – Ap 22:5.

   “Dio e Padre suo” (Ap 1:6). Yeshùa ha una dignità tutta speciale, e Giovanni la esprime dicendo che Dio è suo Padre.

In tutta l’Apocalisse Dio è sempre detto Padre solo di Yeshùa, mai dei credenti.

 

Ap 1:6

“Dio e Padre suo

Ap 2:28

“Ho ricevuto potere dal Padre mio

Ap 3:5

“Confesserò il suo nome davanti al Padre mio e davanti ai suoi angeli”

Ap 3:21

“Ho vinto e mi sono seduto con il Padre mio sul suo trono”

Ap 14:1

“Avevano il suo nome e il nome di suo Padre scritto sulla fronte”

 

   Yeshùa è presentato come il Figlio che è in un rapporto intimo, particolarmente intimo e tutto speciale, con Dio che è detto Padre. A Yeshùa, Dio dice: “Io gli sarò Padre ed egli mi sarà Figlio” (Eb 1:5). È per questo che Yeshùa merita la lode. La lode rivolta a Yeshùa è tale che si accosta quella rivolta a Dio: “A colui che siede sul trono, e all’Agnello, siano la lode, l’onore, la gloria e la potenza, nei secoli dei secoli” (Ap 5:13), “Gridavano a gran voce, dicendo: ‘La salvezza appartiene al nostro Dio che siede sul trono, e all’Agnello’”. – Ap 7:10.

   Al termine della sua dossologia, Giovanni pronuncia un convinto “amen” (Ap 1:6), che significa: sì, è così! Con questo amèn la lode viene convalidata. Gli ebrei con il loro amèn (אָמֵן) davano piena e solenne adesione a una preghiera (1Cron 16:36) o a una espressione di lode (Nee 8:6). La prima chiesa mantenne quest’uso per associarsi alla preghiera e farla propria quando era pronunciata da un altro o da un’altra: “Se tu benedici Dio soltanto con lo spirito, colui che occupa il posto come semplice uditore come potrà dire: «Amen! [Ἀμήν (Amèn)]» alla tua preghiera di ringraziamento, visto che non sa quello che tu dici?”. – 1Cor 14:16.

   Dopo i saluti iniziali e la lode a Yeshùa, Giovanni passa subito e direttamente a rendere noto il contenuto del suo libro: “Ecco, egli viene con le nuvole e ogni occhio lo vedrà; lo vedranno anche quelli che lo trafissero, e tutte le tribù della terra faranno lamenti per lui. Sì, amen. «Io sono l’alfa e l’omega», dice il Signore Dio, «colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente»”. – Ap 1:7,8.

   Giovanni usa qui il sistema spesso usato dagli agiografi delle Scritture Greche: prendere dei passi da libri biblici molto diversi tra loro per riunirli insieme e formate un tutt’uno. Vediamo cosa fa qui Giovanni:

Passi tratti dalle Scritture Ebraiche

Ap 1:7,8

Dn 7:13

“Io guardavo, nelle visioni notturne, ed ecco venire sulle nuvole del cielo uno simile a un figlio d’uomo; egli giunse fino al vegliardo e fu fatto avvicinare a lui”

Ecco, egli viene con le nuvole e ogni occhio lo vedrà; lo vedranno anche quelli che lo trafissero, e tutte le tribù della terra faranno lamenti per lui. Sì, amen. «Io sono l’alfa e l’omega», dice il Signore Dio, «colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente»”

Zc 12:10

“Spanderò sulla casa di Davide e sugli abitanti di Gerusalemme lo Spirito di grazia e di supplicazione; essi guarderanno a me, a colui che essi hanno trafitto, e ne faranno cordoglio come si fa cordoglio per un figlio unico, e lo piangeranno amaramente come si piange amaramente un primogenito”

 

   Questo collegamento dei due passi in uso è fatto anche in Mt 24:30, in cui pure si parla del ritorno di Yeshùa: “Allora apparirà nel cielo il segno del Figlio dell’uomo; e allora tutte le tribù della terra faranno cordoglio e vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nuvole del cielo con gran potenza e gloria”.

   “Ecco, egli viene con le nuvole”: è così che la prima chiesa si attendeva il ritorno del loro Maestro. Yeshùa stesso aveva detto: “Vedrete il Figlio dell’uomo, seduto alla destra della Potenza, venire sulle nuvole del cielo” (Mr 14:62). Quando Yeshùa era salito al cielo alla presenza dei suoi discepoli, “mentre essi guardavano, fu elevato; e una nuvola, accogliendolo, lo sottrasse ai loro sguardi”, e gli angeli presenti all’ascensione di Yeshùa al cielo avevano garantito: “Uomini di Galilea, perché state a guardare verso il cielo? Questo Gesù, che vi è stato tolto, ed è stato elevato in cielo, ritornerà nella medesima maniera in cui lo avete visto andare in cielo”. – At 1:9,11.

   “Lo vedranno anche quelli che lo trafissero”. Il testo greco ha letteralmente: “Vedrà lui ogni occhio, anche coloro che lui trafissero”. “Ogni occhio” include tutti, anche i giudei, che lo fecero condannare a morte. Vedendolo tornare, il popolo giudeo si renderà conto non solo di aver fatto giustiziare un innocente, ma dovranno riconoscerlo come Messia perché tornerà come giudice universale. Si avvereranno allora le parole dette da Yeshùa ai giudei: “Da ora in avanti non mi vedrete più, finché non direte: ‘Benedetto colui che viene nel nome del Signore!’” (Mt 23:39). I giudei si renderanno allora conto di quanto sia stata grande la loro colpa. Tutti però sono colpevoli con loro.

   “Tutte le tribù della terra faranno lamenti per lui”. Questa traduzione è ingannevole perché suggerisce un pentimento da parte dell’umanità. Non è così. Il testo greco dice: “Si batteranno [il petto] su lui”, non per lui. Traduce bene qui TNM: “Si batteranno con dolore a causa di lui”. L’umanità si angoscerà per il giudizio.

   “Sì, amen”. Non solo Giovanni termina l’annuncio con un deciso “sì” (ναί in greco), ma aggiunge l’amèn ebraico. In tal modo conferma nel modo più semplice ma anche più vigoroso la certezza che l’annunciò avrà compimento certo.

   Tenuto conto che siamo solo all’inizio del suo meraviglioso libro, Giovanni già tratta degli eventi finali, che poi dirà. E lui inizia con la sofferenza, la morte e la risurrezione di Yeshùa (v. 5), gettando uno sguardo al suo ritorno (v. 7).

   L’annuncio di Giovanni è talmente certo che, oltre al suo “sì, amèn”, Dio in persona dà la sua autorevolissima conferma: “«Io sono l’alfa e l’omega», dice il Signore Dio, «colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente»”.

   Che Dio sia il primo e l’ultimo lo si affermava già in Isaia: “Io, il Signore, sono il primo” (41:4), “Io sono il primo e sono l’ultimo, e fuori di me non c’è Dio” (44:6), “Io sono; io sono il primo e sono pure l’ultimo” (48:12). I simboli Α (alfa) e Ω (omega), sono la prima e l’ultima lettera dell’alfabeto greco, che illustrano “il primo e l’ultimo”; per noi, sarebbe come dire l’a e la z. “Colui che è, che era e che viene” sintetizza l’eterna immutabilità di Dio. Egli è ὁ παντοκράτωρ, “l’Onnipotente”. Tutto il potere è nelle sue mani. Egli ha l’ultima parola.


L’alfa e l’omega

 

In Ap 1:8 si legge: “’Io sono l’alfa e l’omega’, dice il Signore Dio, ‘colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente’”. E qui non ci sono dubbi che sia Dio a parlare e ad applicare a sé questa espressione.

   L’espressione ricorre ancora in 21:6: “Io sono l’alfa e l’omega, il principio e la fine. A chi ha sete io darò gratuitamente della fonte dell’acqua della vita”. Anche qui è Dio a parlare, perché queste parole le dice “colui che siede sul trono” (v. 5) e in 4:2-11 colui che siede sul trono è Dio. A ulteriore conferma, in 21:7 costui dice: “Io gli sarò Dio ed egli mi sarà figlio”. Poiché Yeshùa si riferì ai credenti sempre come a “fratelli”, e mai come a “figli”, chi parla dev’essere il Padre di Yeshùa, Dio. — Mt 25:40; cfr. Eb 2:10-12.

   In 22:13 compare di nuovo e per l’ultima volta: “Io sono l’alfa e l’omega, il primo e l’ultimo, il principio e la fine”. Va notato che in questo capitolo di Apocalisse parlano diverse persone: i versetti 8 e 9 spiegano che l’angelo parlò a Giovanni, il versetto 16 ovviamente si applica a Yeshùa, la prima parte del versetto 17 è attribuita a “lo spirito e la sposa”, e chi parla nell’ultima parte del versetto 20 è chiaramente Giovanni stesso. “L’Alfa e l’Omega” dei versetti 12-15 va dunque riferito a colui che porta questo titolo negli altri due casi: Dio. Qualcuno obietta che l’espressione “ecco, sto per venire”, del versetto 12, si applica più a Yeshùa che a Dio, ma non è vero. Infatti, anche Dio dice che ‘viene’ per eseguire il giudizio (cfr. Is 26:21); e in Malachia 3:1-6 si dice che Dio e il suo “messaggero del patto” vengono insieme per il giudizio.

   Quindi, ogni volta l’espressione “l’alfa e l’omega” si riferisce solo a Dio.

   Occorre fare anche un’osservazione sulla traduzione di Diodati di Ap 1:11: “Io son l’Alfa, e l’Omega; il primo, e l’ultimo; e: Ciò che tu vedi scrivilo in un libro, e mandalo alle sette chiese”. Qui chi parla è Yeshùa. Ma l’espressione “Io son l’Alfa, e l’Omega; il primo, e l’ultimo” non trova alcun sostegno nei più antichi manoscritti greci, inclusi l’Alessandrino, il Sinaitico e il Codice Ephraemi Rescriptus. È per questo che viene omessa in molte traduzioni moderne.